Amazzonia, una farmacia a cielo aperto

Nov 04, 2014 | scritto da:

 

Grande quanto l’Europa occidentale, l’Amazzonia, coperta di fiumi, foreste, paludi e savane, è una delle aree campioni mondiali della biodiversità: oltre alle specie animali ospita ben 33.000 specie di piante. Dato che moltissimi farmaci esistenti si basano su principi attivi trovati in piante, funghi o animali, l’Amazzonia potrebbe rivelarsi una farmacia particolarmente prodigiosa. I popoli indigeni, che hanno scoperto circa i tre quarti delle piante usate oggi in medicina e conoscono l’uso di circa 1300 specie vegetali, costituiscono certamente una guida insostituibile in questo labirinto verde di cui restano i padroni indiscussi. La medicina tradizionale degli sciamani si basa sui simboli: se un fiore è candido servirà a purificare il fegato, se una corteccia è rossa allora aiuterà per l’anemia e via dicendo; chiaramente tutti i rimedi naturali usati dalle tribù sono il frutto di tradizioni e superstizioni, ma tramite gli studi di ricercatori, etnobotanici e antropologi è stato possibile selezionare erbe e piante che possono davvero avere un’utilità medicinale. In alcuni casi è proprio nei rimedi tradizionali amazzonici che i biochimici hanno individuato alcuni principi attivi di straordinario valore farmacologico. L’esempio più celebre è quello del chinino, l’alcaloide che aiutò a combattere la malaria cambiando la storia dell’Europa e che, estratto dalla corteccia degli arbusti di Quina che crescono tra i 1.500 e i 3.000 metri nelle Ande orientali, veniva già usato dagli indios per curare le febbri. 

Anche dalle poltiglie di ananas che gli indigeni usavano per curare infiammazioni della pelle o per favorire la digestione sono arrivati benefici nella medicina occidentale perché i chimici scoprirono alla fine dell’800 che un enzima contenuto nell’ananas (la bromelina) digerisce le proteine spezzandole ed è in grado di sciogliere coaguli di sangue. La medicina occidentale deve molto anche alla poltiglia che gli indios usavano per avvelenare le frecce che scagliavano contro gli invasori europei provocandone la morte. Gli ingredienti di quel mortale sciroppo rimasero un segreto fino al 1800, quando si scoprì che quell’impasto nell’Amazzonia occidentale veniva estratto da una liana (Chrondrodendron tomentosum). È da questa che i chimici hanno estratto la tubocurarina, un alcaloide potentissimo in grado di bloccare la trasmissione degli impulsi nervosi ai muscoli causando paralisi e blocco della respirazione. Oggi questa sostanza è ampiamente usata dalla farmacopea occidentale per attenuare i sintomi della poliomelite, dell’epilessia, del tetano e del ballo di San Vito. Nelle sale operatorie di tutto il mondo si utilizzano speso composti di sintesi analoghi alla tubocurarina per le operazioni chirurgiche. La lista dei principi farmacologici derivati da piante e alberi amazzonici è notevole. Per avere dimostrazione di questo non c’è bisogno di andare troppo lontano, basterà considerare frutti e piante noti a tutti: dalla papaya, ad esempio, si estraggono papaina e chimopapaina, sostanze proteolitiche e mucolitiche, mentre dal cacao si estraggono teobromina e teofillina che sono potenti diuretici e broncodilatatori. La lista potrebbe continuare ancora per molto perché l’Amazzonia, per quanto lontana e inaccessibile è sempre più vicina alle nostre farmacie con i suoi semi, le sue foglie ed i suoi frutti; per non parlare poi della cosmesi, settore in cui grandi compagnie internazionali non fanno mistero di acquistare materie prime amazzoniche per la loro produzione.

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