Diario di un agronomo: L'insostenibile viaggio delle rose

Feb 03, 2016 | scritto da:

Ciao sono Niccolò, uno degli agronomi di Treedom. Il mio lavoro mi porta lontano, dall’Africa al Sud America, per condividere le mie conoscenze legate al mondo dell’agricoltura con le popolazioni locali. Insieme ci prendiamo cura degli alberi che, se vorrai, potrai adottare. Questo diario serve per raccontarti i miei viaggi e portarti consigli da mondi lontani.


Non so a voi, ma a me ogni tanto è capitato di imbarazzarmi, anche se lievemente, nel tentativo di allontanare il classico venditore di rose, partito all’attacco nella speranza di convincermi a fare un gesto romantico nei confronti della mia compagna, compagno, compagni e compagne. Magari facendo leva sulla mia insicurezza (faccio bella figura se gliela regalo? O faccio brutta figura se non gliela regalo?), sullo sguardo innamorato della fidanzata, o sul tanto ambiguo quanto profondo concetto di galanteria.

Potete ben capire il sollievo, convertito rapidamente in amarezza e rabbia, quando ho scoperto cosa si cela dietro quei petali rossi: un mercato terribile ed insostenibile, dalla produzione fino alla vendita. Quelle rose, infatti, vengono coltivate in Cina, India o Kenya, principalmente da multinazionali inglesi o olandesi in vastissime aree inaccessibili da tutti tranne che dai contadini, pagati 40 dollari al mese per stare piegati sui filari, mentre si chiedono perché ci sono tante persone che le regalano per vederle appassire. Le contadine vengono licenziate in tronco se in gravidanza e i contaminanti chimici si riversano ogni giorno inesorabili sui laghi limitrofi, come è il caso del Naivasha Lake, in Kenya. Si parla di numeri impressionanti : solo in Kenya sono 2000 gli ettari di serre usati per la floricoltura, per un volume d’affari di 250 milioni di euro in mano a 100 aziende.

Comincia poi il trasporto fino all’Europa, stipate in celle frigorifere fino a raggiungere il numero di 6 milioni di rose per volo. Infine ci sono loro, i senza nome bengalesi, indiani e pakistani, che fin dai 9 anni di età son costretti dalla disperazione e dai “Signori delle rose” a vendere minimo 50 euro al giorno, 7 giorni su 7.

Insomma, la prossima volta che dirò NO ad una rosa così mi sentirò meno in colpa e magari a san Valentino, invece di comprare un fiore così snaturato, regalerò un albero.

 

 

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