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Il clima cambia l'agricoltura. Anche in Italia

Scritto da Tommaso Ciuffoletti | Apr 11, 2021 10:00:00 PM

Il numero di Marzo del National Geographic Italia [1] dedica la copertina ad un reportage di Valerio Gualerzi dal titolo “Cambio Campo - Frutta tropicale al sud, olivi al nord, vite in alta montagna: viaggio nell’agricoltura italiana stravolta dal clima”.

Viaggio in Italia

È un po’ come essere presi per mano e, nonostante i lockdown di questi mesi, attraversare la penisola per visitare quelle campagne che - sempre meno abitate - stanno silenziosamente cambiando volto (anche) per effetto dei cambiamenti climatici.
 È inevitabile che chi vive in città tenda ad avere una percezione attutita degli effetti dei cambiamenti climatici, mentre chi vive in contesti meno antropizzati e magari è dedito all’agricoltura (sia in modo amatoriale che professionale) ne ha un’esperienza più diretta. Non è un caso che l’editoriale di Marco Cattaneo, direttore dell’edizione italiana di NG, s’intitoli esattamente “Chiedetelo al contadino”. Ed in effetti, prima che il tema dei cambiamenti climatici si facesse strada nell’opinione pubblica - un lungo percorso che inizia idealmente dalle grandiose intuizioni di Alexander Von Humboldt [2] e arriva fino a Greta Thunberg - è stato piuttosto oggetto delle attenzioni di agricoltori, contadini o vignaioli.

Ecosistemi agricoli

Lavoro a Treedom da ormai 4 anni ed una delle cose che mi convinse ai tempi, fu proprio che qua sviluppiamo progetti agroforestali, in cui gli alberi sono parte di ecosistemi agricoli con i quali si integrano. In un certo senso è fare agricoltura globale, con un approccio solo apparentemente innovativo.
Quelli che oggi chiamiamo sistemi agroforestali, sono in realtà ciò che l’agricoltura è stata per secoli anche nel cosiddetto mondo occidentale. Prima dell’avvento dei grandi macchinari agricoli, dei fertilizzanti chimici, delle grandi monocolture ed in generale dell’industrializzazione dell’agricoltura - che segnò per molti versi il primo passo verso l’impennata demografica che abbiamo registrato a partire dalla metà dello scorso secolo[3] (e che però inizia a presentare un conto salato in termini ambientali[4]) - la consociazione di specie diverse sullo stesso terreno era una regola comunemente diffusa. Certo va pure ricordato che in molti casi era la risposta di sopravvivenza di uomini condannati a lavorare fino all’ultimo metro quadro di terreno, in condizioni di sostanziale sfruttamento come quelle imposte, ad esempio, dalla mezzadria[5]. Oggi però, questo tipo di approccio, specie in quei paesi dove proprio l’agricoltura rimane la base non solo dell’economia, ma anche della società in senso lato, rappresenta una via sostenibile su cui investire.

Cambiamenti climatici

I cambiamenti climatici, come detto, mostrano i loro effetti con particolare evidenza proprio nei paesi in cui l’agricoltura ha ancora un ruolo centrale, ma anche in un paese (relativamente) moderno come l’Italia è possibile accorgersi di ciò che l’Agenzia Europea per l’Ambiente ha così sintetizzato in un report del 2019 [6] “Gli impatti del cambiamento climatico sull'agricoltura variano in tutta Europa; mentre l'aumento della lunghezza delle stagioni di crescita può migliorare l'idoneità alle colture nell'Europa settentrionale, gli effetti negativi del cambiamento climatico porteranno a perdite di rendimento in tutta Europa, soprattutto nell'Europa meridionale”.
Questo vale per le colture considerate tipiche del nostro paese, ma nel frattempo ciò che si registra è proprio un cambiamento di coltivazioni. Il reportage di NG Italia segnala una serie di dati interessanti che raccontano come, ad esempio, in Italia la coltivazione di piante da frutto tropicali sia passata da pochi ettari a oltre 500, con un incremento di 60 volte in soli 5 anni e nello stesso tempo il nord del paese è diventato il maggiore produttore di pomodori da industria (una cosa impensabile fino a pochi anni fa).
Questi semplici dati raccontano bene quanto radicali possano essere i cambiamenti indotti da quelli climatici. Ed anche se non è sempre facile avvertirne gli effetti, è opportuno farci più sensibili, per poterne cogliere la reale portata prima che risultino irreversibili.

Nel frattempo noi preferiamo continuare a piantare alberi tropicali dove siamo più abituati a vederli crescere … e assorbire CO2.

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[1] https://www.nationalgeographic.it/ 
[2] https://en.wikipedia.org/wiki/Alexander_von_Humboldt 
[3] https://population.un.org/wpp/Graphs/DemographicProfiles/Line/900 
[4] https://e360.yale.edu/features/how-the-loss-of-soil-is-sacrificing-americas-natural-heritage 
[5] https://en.wikipedia.org/wiki/Metayage 
[6] https://www.eea.europa.eu/publications/cc-adaptation-agriculture