Il futuro degli oceani: l’impatto globale della plastica

Oct 24, 2016 | scritto da:

L’associazione The Ocean CleanUp stima che il cosiddetto Great Pacific Garbage Patch, una massa di rifiuti galleggianti nell’oceano Pacifico, si estenda per milioni di chilometri quadrati e pesi alcune centinaia di milioni di chilogrammi. Non una vera isola, quanto più un’enorme distesa di detriti trasportata dalle correnti e dispersa in due grandi ammassi di immondizia, situati rispettivamente vicino le coste del Giappone e tra la California e le Hawaii. E se quella del Pacifico è “l’isola” più estesa, non è di certo l’unica che abita i nostri mari. Nel nord dell'Oceano Atlantico e tra India e Madagascar sono stati scoperti altri agglomerati di rifiuti trascinati dalle correnti. Globalmente esistono cinque maggiori correnti oceaniche subtropicali: la North and South Pacific Subtropical Gyres, la North and South Atlantic Subtropical Gyres, e la Indian Ocean Subtropical Gyre. La più studiata è la North Pacific Subtropical Gyre, una lenta corrente oceanica che si muove in senso orario a spirale portando i rifiuti al suo centro, ed il cui vortice si espande per un’area grande tre volte la superficie degli Stati Uniti. 

La minaccia più rilevante è rappresentata dai rifiuti di plastica, non biodegradabili e quindi incapaci di essere riassorbiti dall’ambiente. Questi detriti mettono a rischio gran parte delle specie animali, dalle tartarughe intrappolate nelle reti da pesca agli uccelli soffocati dai pezzi di plastica. E se a parità di peso i rifiuti di grandi dimensioni creano maggior sdegno, ciò che più si teme sono le microplastiche, minuscoli pezzi di plastica tra 1 e 5 millimetri decomposti lungo il loro viaggio attraverso le correnti. L’80% della plastica nei primi cinque metri si trova ad una profondità massima di circa due-tre metri. Scambiate per plancton, le microplastiche vengono ingerite da una vasta gamma di specie marine instaurando una reazione devastante per l’ecosistema mondiale. Senza considerare le conseguenze dei rifiuti adagiati sul fondo degli oceani, il cui effetto è ancora ignoto. Oltre all’inquinamento, al disastro ambientale che colpisce la catena alimentare e alla propagazione di sostanze tossiche usate come additivi nei materiali, c’è da considerare il pesante impatto economico sull'industria ittica, sul trasporto via mare e sul turismo, stimato a circa 13 miliardi di dollari secondo uno studio del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP). Importo probabilmente sottostimato.  

Il WorldWatch Institute stima che un abitante in Europa Occidentale e in Nord America consumi in media circa 100 chilogrammi di plastica all’anno, soprattutto plastica per imballaggi. In Asia il valore a persona è dimezzato ad un quinto, dato tuttavia in crescita. L'organizzazione ambientale Ocean Conservancy in collaborazione con il McKinsey Center for Business and Environment ha valutato infatti che il 60% della plastica negli oceani proviene da cinque nazioni asiatiche: Cina, Filippine, Thailandia, Indonesia e Vietnam. Secondo il rapporto presentato dalla Ellen MacArthur Foundation a Gennaio 2016, 150 milioni di tonnellate di plastica galleggiano nei nostri mari e in un’ottica di crescita dei consumi, entro il 2050 gli oceani conterranno in termini di peso più plastica che pesci. L'intera industria delle materie plastiche consumerà il 20% della produzione totale di petrolio e il 15% del bilancio globale annuale di carbonio. Una produzione che dal 1964 al 2014 ha visto una crescita da 15 milioni di tonnellate a 311 milioni di tonnellate e che non accenna a diminuire: si prevede che raddoppierà ancora nei prossimi 20 anni. Inoltre, il rapporto evidenzia come ogni anno 8 milioni di tonnellate di plastica vengano riversati nelle acque, una cifra corrispondente ad un camion pieno di spazzatura al minuto. Aspetto ancora più grave: questa quantità salirà a due e quattro camion pieni ogni minuto rispettivamente entro il 2030 e il 2050 se questa tendenza non verrà invertita. Secondo un ulteriore studio pubblicato nel 2014 sulla rivista scientifica PlosOne, circa 5.25 trilioni di particelle di plastica con un peso totale di 269 mila tonnellate inquinano i nostri mari. 



Fonte: Ellen MacArthur Foundation

Un mercato, quello della plastica e degli imballaggi, con una scarsa capacità di riciclo. Il problema più pressante riguarda gli oggetti monouso. Si stima infatti che solo il 14% del materiale per imballaggi venga raccolto per essere riutilizzato, e di questa percentuale solo il 5% venga riciclato. La plastica che viene effettivamente riciclata subisce tuttavia un processo che la rende inadatta a successivi impieghi. Il tasso di riciclaggio della plastica in generale è addirittura inferiore a quello degli imballaggi, che rappresentano il 26% del volume totale delle applicazioni della plastica, ed entrambi sono molto al di sotto dei tassi di riciclaggio a livello mondiale della carta (58%) e di ferro e acciaio (70-90%). Il danno economico si aggira intorno agli 80-120 miliardi di dollari. La soluzione, secondo il rapporto della Fondazione Ellen MacArthur, è incentivare un’economia circolare della plastica su larga scala, che consenta di aumentare la percentuale di riciclo e lo sviluppo di nuove soluzioni nel campo dei biomateriali. 

L’azione globale si traduce in una consapevolezza anche a livello locale. Sono molte le associazioni che organizzano pulizie lungo le coste e che sensibilizzano ad un uso ridotto della plastica. Tra queste c’è Ocean CleanUp, del 21enne olandese Boyan Slat, che mira a ripulire l’oceano con un metodo semplice quanto geniale. Il suo progetto consiste nel calare negli oceani delle reti nei punti in cui le correnti del Pacifico concentrano i rifiuti. Grazie alla flessibilità dell’enorme barriera galleggiante, che si adatterebbe al moto ondoso dell’oceano, sarebbe possibile concentrare, raccogliere e recuperare l’immondizia per destinarla al riciclo. Entro il 2020 The Ocean CleanUp spera di iniziare la pulizia del Pacifico. Un’idea ambiziosa e un primo passo per scuotere le coscienze politiche globali. 

(Photo Credits: UNEP GRID Arendal/Lawrence Hislop)

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