Il referendum delle trivelle

Apr 04, 2016 | scritto da:

Il primo è stato quello del 2 giugno 1946, quando il popolo italiano venne chiamato a scegliere quale forma di governo dare all’Italia al termine del secondo conflitto mondiale: repubblica o monarchia? Da quel giorno di referendum ce ne sono stati altri 69 (tra istituzionali, abrogativi, consultivi e costituzionali) riguardanti temi importanti come il divorzio, l’ergastolo, il porto d’armi, la privatizzazione della RAI e l’obiezione di coscienza. 

Il 17 aprile prossimo tutti gli aventi diritti al voto saranno chiamati nuovamente alle urne per esprimere la loro opinione su un nuovo referendum, quello riguardante le trivelle. Tanto se n’è parlato in questi giorni e altro ancora si dirà. Ma prima di tracciare una croce sul sì o sul no, è doveroso sapere con precisione cosa viene chiesto agli italiani.

Partiamo innanzitutto dall’oggetto del referendum: si parla solo ed esclusivamente delle trivellazioni (con scopo estrazione di idrocarburi) effettuate entro le 12 miglia marine dalla costa (corrispondenti a circa venti chilometri) dei nostri mari. Non sono quindi la maggior parte delle trivellazioni che avvengono in acque italiane, una sessantina circa e collocate oltre le 12 miglia, le quali invece non vengono coinvolte dal referendum. Le interessate sono 21, di cui: 7 in Sicilia, 5 in Calabria, 3 in Puglia, 2 in Basilicata, 2 in Emilia Romagna, 1 nelle Marche e 1 in Veneto.

La legge italiana attualmente vieta la costruzione di nuove piattaforme entro le 12 miglia marine dalla costa, mentre la regolamentazione per quelle già presenti prevede che alle compagnie estrattive venga data una concessione della durata iniziale di 30 anni, poi prorogabile per 2 volte5 anni ciascuna. A questi 40 anni complessivi se ne possono aggiungere altri 5 finaliAl termine di questi 40/45 anni, il governo Renzi, con una norma inserita nella legge di Stabilità, ha previsto che l’attività possa continuare anche dopo la cessione, fino a che il giacimento non si esaurisce.

referendari chiedono che proprio quest’ultima novità venga cancellata, tornando così alla scadenza ‘naturale’ delle concessioni. Perché tu sia preparato, il testo che ti verrà sottoposto al momento del voto è questo:

 

“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ‘Norme in materia ambientale’, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)’, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale’?”

 

Votando sì sarai a favore della cancellazione della novità introdotta; mentre votando no, sarai a favore dell’utilizzo del giacimento fino al suo esaurimento.

Quali sono invece le conseguenze della vittoria del sì sul no o viceversa?

  • Se al referendum del 17 aprile vincesse il sì, entro 5/10 anni le concessioni verrebbero a scadere e quindi l’attività estrattiva dovrebbe cessare.

Tra i sostenitori del sì ci sono i comitati No Triv e quelli locali, principalmente delle regioni interessate dalle trivellazioni. Assieme a loro ci sono anche le principali organizzazioni ambientaliste, comprese Greenpeace, Legambiente e WWF.

  • Essendo il referendum abrogativoun’eventuale bocciatura lascerebbe la situazione inalterata: cioè, le ricerche e le attività petrolifere attualmente in corso potranno proseguire fino alla scadenza dopo la quale le compagnie potranno presentare una richiesta di prolungamento che dovrà essere approvata in base a una valutazione di impatto ambientale.

Tra i sostenitori del no, oltre ai petrolieri e alle concessionarie, c’è invece la Cgil, la quale sostiene che la cessazione delle trivellazioni porterebbe alla perdita di numerosi posti di lavoro. Un’altra obiezione, più generale, riguarda il fabbisogno energetico. Le trivellazioni nel mare italiano, in particolare quelle oggetto del referendum, estraggono principalmente gas metano (solo in misura minore petrolio) coprendo circa il 10% del fabbisogno nazionale. Sebbene anche i sostenitori del no auspichino la crescita dell’utilizzo delle energie verdi, nel frattempo non vogliono rinunciare a quanto è al momento disponibile.

 

Il quesito del referendum è piuttosto tecnico, ma ciò non deve scoraggiare gli aventi diritti al voto a esprimere la loro personale opinione. Come per tutti i referendum, si considererà valido se andrà a votare il 50% più uno degli aventi diritto al voto e per votare basterà presentarsi al proprio seggio, in possesso di un documento di identità e della propria tessera elettorale, dalle ore 7 alle ore 23.

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