L'affascinante economia di riciclo del nylon

May 24, 2016 | scritto da:

Quando ci si abitua a qualcosa, la si inizia a dare per scontata. Eppure soltanto una o due generazioni fa non era così. Molte cose che fanno parte della nostra quotidianità, prima non ne facevano parte. Il nylon ne è un chiaro esempio. Era il 1939 quando iniziò a essere usato come filamento per i vestiti delle signore, con un 'ingresso in società' avvenuto alla New York World’s Fair, ma all’epoca l’annuncio passò un po’ in sordina.

Il grande boom fu dopo la Seconda Guerra Mondiale. Prima del 1945 erano cotone e lana i padroni del mercato dei tessuti, ma con la fine della guerra le fibre sintetiche, come per l’appunto il nylon, iniziarono a mangiare una fetta consistente di mercato, arrivando in poco tempo al 25%, diffondendosi anche in altri settori come i rifornimenti militari (paracaduti, uniformi e tende). Oggigiorno lo troviamo ovunque, ma l'uso scorretto di questa fibra comporta anche numerosi problemi d’inquinamento ambientale.

Il nylon è fortemente utilizzato nella realizzazione delle reti da pesca, ma spesso i pescatori abbandonano le proprie reti in mare tanto che la World Society for the Protection of Animals ne conta più di 600 mila tonnellate ogni anno. Tre anni fa anche David Stover, Ben Kneppers e Kevin Ahearn se ne erano resi conto: surfisti accaniti, solcando le onde trovavano l’oceano sempre più inquinato, usato come discarica a cielo aperto. Oggi il trio è a capo di Bureo, startup con sede a Los Angeles, che realizza skateboard e occhiali da sole con nylon riciclato raccolto da pescatori cileni.

Ma come si ricicla il nylon? Purtroppo è uno dei materiali più resistenti, non soggetto al processo di biodegradazione e in grado di fare da solo il 10% dell’inquinamento degli oceani. Come se non bastasse, secondo Stephen Johnston, professore d’ingegneria plastica presso la University of Massachusetts Lowell, l’economia del riciclo del nylon non è una delle più attraenti. Il processo per ottenere nylon riciclato è lungo, articolato e scoraggiante se si pensa che comprarne di nuovo è anche più economico. Altro punto: la contaminazione. Diversamente da metalli e vetro che vengono fusi ad alte temperature, il nylon fonde a una temperatura molto bassa comportando che microbi o batteri possano sopravvivere alla fusione. Necessario allora un ulteriore processo di pulitura del prodotto ottenuto prima di poterlo utilizzare nuovamente.

Nonostante ciò, Bureo non è l’unica azienda a praticare il riciclo del nylon. Nonostante tutti i contro, c’è un pro che smuove le coscienze: la consapevolezza della necessità di politiche di business molto più environmentally friendly per porre un freno ai problemi ambientali in atto. L’italiana Aquafil con il suo CEO Giulio Bonazzi, dopo 40 anni passati a produrre tappeti ha scelto di cambiare rotta. Nel 2007 ha iniziato a sviluppare una macchina in grado di mescolare assieme più tipi di nylon, per poi rivenderne di nuovi (riciclati) sul mercato. Oggi il loro best seller è Econyl, un filo venduto a compagnie americane e non, come la Speedo. Anche la California-based Patagonia con gli anni ha sempre più aggiunto nylon riciclato alla sua linea di vestiti: in alcuni è solo una percentuale, ma i loro famosi giubbotti Torrentshell sono realizzati al 100% con nylon riciclato. Un inizio che sembra sempre più il futuro del settore manifatturiero.

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