La CO2 del web

Jan 13, 2017 | scritto da:

Che male si può mai fare alla Terra standosene seduti sul divano di casa a uploadare video su YouTube? Parecchio: si sta producendo molta più CO2 che prendendo un aereo. Ogni minuto, circa 400 ore di video vengono caricate su YouTube da tutto il mondo. Un’operazione che, come altre nel mondo di Internet, richiede la presenza di data center – sparsi in tutto il mondo – per elaborare i dati necessari. A volte sono solo piccole stanze, ma altre hanno dimensioni di 15 campi da calcio e consumano 420 terawatt ora di elettricità all’anno. Vale a dire il 3% della fornitura di energia elettrica mondiale, ma anche il 2% delle emissioni globali di gas serra. E tale cifra potrebbe aumentare del 300% entro il 2026, stando a quanto affermano i ricercatori dell’Università di Leeds. Come mai serve così tanta energia? Perché i data center lavorano 24 ore al giorno, 7 giorni su 7 e hanno bisogno di infrastrutture adeguate per essere ospitati che evitino loro il surriscaldamento.  

A controllare la situazione di consumo e soluzioni attivate dai big player di questo campo ci pensa ogni anno Greenpeace, stilando il suo click clean che classifica le multinazionali in base alle loro prestazioni ambientali. In cima troviamo Google (seguito da Amazon e Facebook) che per il 2017 ha intenzione di potenziare le energie rinnovabili in tutti i suoi data center (attualmente ferme al 44%). Per Google i maggiori costi derivano dall’energia elettrica necessaria per attivare i suoi sistemi di raffreddamento e scarico per impedire il surriscaldamento generale. Altra buona notizia, i costi delle energie rinnovabili stanno scendendo considerevolmente, permettendo di essere comprate con contratti a lungo termine e fissando il prezzo per i successivi 10/20 anni.

Un passo avanti che piace e che fa ben sperare, ma che non tiene conto di quello annunciato dai ricercatori di Leeds: il massiccio incremento delle attività che avvengono in rete. Come risolverlo? I modi sono due: costringere la gente a ridurre l'uso di internet, o cambiare il modo in cui i dati vengono elaborati. La prima sembra essere poco attuabile ma la seconda porterebbe a buoni risultati. I soli Stati Uniti potrebbero ridurre del 45% il consumo di energia entro il 2020 se tutte le aziende spostassero i data center locali a centri di cloud computing maggiormente efficienti.

Altra soluzione per ridurre il consumo di energia è quello di spostare i server in zone con climi più freddi, in cui è necessario uno sforzo minore per le operazioni di raffreddamento. Lo ha fatto Facebook aprendo un centro dati di 84 acri nel nord della Svezia, a 70 miglia dal Circolo Polare Artico, e lo stesso ha fatto Apple, investendo 1,7 miliardi di euro per i nuovi data center in Danimarca e Irlanda. 

Nel mentre però che tutte le aziende inizino ad adottare sistemi più sostenibili, una soluzione perfetta alla quale poco si pensa potrebbe essere quella di utilizzare il calore generato dai data center per il teleriscaldamento. Fortum e Ericsson hanno già firmato un accordo di collaborazione per utilizzare il calore di scarto per il teleriscaldamento della città di Kirkkonummi in Finlandia. Magari non è la prima cosa a cui pensiamo quando pensiamo a un data center, ma tra buttare il calore nell’atmosfera e la distribuzione alle case vicine attraverso il distretto reti di teleriscaldamento, la seconda opzione risulta essere molto più conveniente. 


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