Liter of Light, illuminare con una bottiglia di plastica

Dec 15, 2016 | scritto da:

Lorenzo Giorgi è il direttore esecutivo e responsabile europeo di Liter of Light, ONG che oggi, grazie ai suoi progetti, illumina le strade e le case dei paesi sottosviluppati utilizzando una bottiglia di plastica. Tra gli obiettivi dell’organizzazione c’è quello di portare luce negli angoli più bui del Pianeta e farlo con materiali reperibili ovunque, attraverso un processo semplice da insegnare alle comunità locali. 


Qual è la storia di Liter of Light? 

Liter of Light è stata la prima ONG a diffondere su scala globale la bottle bulbs, invenzione del meccanico brasiliano Alfredo Moser. Installavamo bottiglie nei tetti in lamiera delle abitazioni di slums e baraccopoli. Questo sistema, composto solamente da una bottiglia con acqua e candeggina, sfruttava la rifrazione del sole all’interno delle molecole dell’acqua. In questo modo riuscivamo a portare illuminazione diurna, ma non notturna. Il progetto si è così ampliato dando vita a Liter of Light at Night. Grazie alla ricerca e allo sviluppo è stato installato un pannello solare da 1W collegato ad un Led con la potenza di 1W ed un voltaggio di 3,2 V. Successivamente, il dispositivo si è evoluto fino ad arrivare alla costruzione di piccoli impianti di illuminazione da 10/20/30 Watt con i quali portiamo luce nelle vie pubbliche delle comunità off grid e nelle abitazioni private.


Qual è il ruolo di Liter of Light nel panorama internazionale e quali sono i vostri obiettivi? 

Liter of Light è una ONG che ha lo scopo di condividere innovazione sostenibile per lo sviluppo locale. Lavoriamo nella cooperazione internazionale cercando di creare e alimentare circoli virtuosi nati dal basso. Vogliamo essere un sostegno allo sviluppo delle zone rurali per combattere il problema del mancato accesso energetico, che ad oggi riguarda 1.3 miliardi di persone.


In quali Paesi operate maggiormente? 

Liter of Light è riuscito ad aprire 21 uffici nel mondo in pochissimi anni, grazie ai quali gestisce progetti in 26 paesi. Una così rapida diffusione ha un solo ingrediente: la formazione del personale locale e l’investimento nelle loro capacità. Il team italiano è coordinatore europeo di Liter of Light Global e ha come bacino di utenza, per le progettazioni, soprattutto il continente africano (Senegal, Marocco, Tunisia, Kenya, Sudafrica). Nel 2017 inizieremo un progetto che ci vedrà impegnati in Sud America e in Medio Oriente.


Come reagisce la popolazione locale? 

La popolazione generalmente reagisce con entusiasmo perché viene messa al centro del progetto. Il nostro lavoro passa attraverso le persone, senza le quali non potremmo mai intervenire all’interno delle comunità, instaurando il rapporto di formazione-sviluppo. 


Oltre un miliardo di persone non ha accesso all’elettricità, specialmente nell’area dell’Asia-Pacifico e dell’Africa Subsahariana. Cosa ti aspetti cambierà e cosa si può fare per equilibrare cultura, bisogni e risorse naturali? 

Questa domanda pone un quesito fondamentale. Nei paesi dove vi è una sviluppata diffusione energetica e la possibilità di connettersi è abbastanza facile (soprattutto del Sud del Mondo), le popolazioni riescono a sopperire al pagamento di tale energia? Succede spesso che l’energia è disponibile ma ha un costo troppo elevato per i beneficiari. Sarebbe troppo miope guardare soltanto alle zone rurali off grid, dove l’energia non arriva e non è mai arrivata. Dobbiamo analizzare la situazione del mancato accesso energetico in maniera più ampia e inclusiva. Non solo devono cambiare i sistemi e le tecnologie di accesso allo sviluppo ma anche le politiche sociali, più eque per tutti e con costi più accettabili.

Il problema è estremamente grande e diffuso. Dobbiamo rimboccarci le maniche e continuare a lavorare mettendo al centro due aspetti fondamentali: quello ambientale, che nel 2016 dovrebbe essere insito in tutte le progettazioni per lo sviluppo, e l’investimento in formazione, disseminazione e ricerca di soluzioni sostenibili il più possibile a chilometro zero. Dobbiamo riuscire a dare soluzioni diverse a tutti i problemi, mettendo in condizione tutti gli strati sociali di un paese di poter avere un accesso all’energia coerente con il loro stato.


Il rapporto REN21 ha evidenziato il crescente ruolo dei pannelli fotovoltaici. Solo nel 2015 sono stati installati 50 GW, 25% in più del 2014. L’energia solare è quindi il driver per il cambiamento sociale? Come può la transizione verso un’energia più pulita ridurre la disuguaglianza sociale?

L’energia solare può essere il driver per il cambiamento sociale soltanto se viene lasciata libera e accessibile a tutti, se vengono usate tecnologie open source e se non si vengono a creare nuovi monopoli e sfruttamenti. Il sole è di tutti e non possiamo permettere che le tecnologie creino nuova dipendenza. Tuttavia, non sarà l’energia pulita a ridurre la disuguaglianza sociale, ma l’accesso energetico ad essa. L’energia pulita è soltanto lo strumento meno impattante e più sostenibile per far sì che ciò accada.


L’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA) a Giugno 2016 ha pubblicato un report in cui metteva in luce il crescente problema dello smaltimento dei pannelli a fine vita. Ha stimato che nel 2050, la quantità di pannelli-spazzatura bilancerà il peso dei nuovi pannelli installati. Come gestite lo smaltimento e recupero dei pannelli vecchi?

Spesso entriamo in comunità completamente off grid con delle tecnologie sconosciute. Se la formazione sulla manutenzione e sullo smaltimento non venisse fatta con paziente attenzione rischieremmo di portare soltanto oggetti che potrebbero trasformarsi in potenziali rifiuti pericolosi per il territorio nel futuro. Per questa motivazione, ogni nostro project manager locale conosce la procedura per lo smaltimento dei pannelli solari ed i conseguenti costi. Spesso collaboriamo con aziende che mettono a disposizione la loro CSR per supportare il nostro smaltimento di pannelli danneggiati. Inoltre, in questo periodo il team italiano sta iniziando un programma che riguarda proprio il riutilizzo di pannelli di grandi dimensioni danneggiati o non più funzionanti. I nostri sistemi, infatti, hanno bisogno di piccoli pannelli che spesso possono nascere dal nuovo taglio di quelli più grandi. Grazie all’ufficio sostenibilità di Enel Spa, uno dei nostri main partner, stiamo portando avanti studi su questa politica. 


Nel 2015 durante la tua presentazione sul palco del TEDxRoma, hai parlato del legame tra sostenibilità e sviluppo. In particolare asserivi che dando strumenti alle popolazioni in via di sviluppo e condividendo la conoscenza, automaticamente si crea sostenibilità. In “Un indovino mi disse” parlando del Laos, Terzani scrive “Al Laos sta succedendo lo stesso: per salvarlo dal sottosviluppo, i nuovi missionari del materialismo e del benessere economico lo stanno distruggendo”. Come ti poni rispetto al concetto di sostenibilità in questi Paesi? 

Nel mio TEDxRoma ho parlato anche di un altro aspetto: del limite e della sua accettazione all’interno della cooperazione internazionale e dello sviluppo. Esistono dei limiti che l’uomo deve accettare. Possono essere geografici, territoriali, politici, culturali, ecologici, economici, di conoscenza e morali. Il limite non deve essere una rinuncia alla creazione in senso lato, ma la sua accettazione deve metterci davanti a delle scelte. Dobbiamo chiederci se quello che stiamo facendo è sostenibile o no, e quale finalità persegue la nostra azione. Il limite deve crearci dei dubbi e noi dobbiamo essere bravi a metterci in discussione con quello che stiamo facendo e soprattutto con l’idea di sviluppo che stiamo portando avanti. Portare accesso energetico senza condividere conoscenza non è sviluppo. Creare abitazioni deforestando le foreste non è sviluppo. La condivisione della conoscenza porta maggiore responsabilizzazione delle persone e dei beneficiari di un dato progetto o programma. Il limite della conoscenza è quello che consente di porsi domande. Se non si conosce come si fa ad avere un pensiero critico? Come si fa a fare buon uso di tecnologie? Come si fa ad essere padroni convinti delle proprie scelte? Serve umiltà per creare sviluppo sostenibile.


Sul concetto di sostenibilità ambientale Jeremy Butman sul The New York Times ha scritto: “quando parliamo di sostenibilità, cosa speriamo di tutelare? Di certo non aiutiamo la natura in quanto tale. Sarebbe meglio dire che tuteliamo la natura come l’uomo la preferisce. Più precisamente, salvaguardiamo le risorse necessarie al consumo umano. [...] Invece di sostenibilità dovremmo parlare di adattabilità”.  Cosa ne pensi? 

Ritengo che la creazione di qualunque cosa vada ad occupare degli spazi che prima erano occupati da altro, come inserire un sasso in un bicchiere colmo d’acqua: il sasso entra e fa uscire il liquido. Non sempre è un problema ma spesso è pericoloso. Secondo me la parola adattabile può essere, in alcuni contesti, esatta e forse va ad abbracciarsi con il concetto di limite di cui parlavo prima. Dobbiamo adattarci al mondo in cui viviamo perché indietro non si torna. Dobbiamo però essere onesti ed accettare di rispettare tutto quello che ci circonda, e di conseguenza adattare le risorse a tutti gli essere viventi esistenti. Tuttavia, non bisogna sottovalutare un altro aspetto: lo sviluppo che porta business e arricchimento. I popoli del sud del mondo sono i nuovi mercati, i più fertili, ed è lì che spesso la mano dell’uomo colpisce e va a creare quel qualcosa chiamato “progresso”. 

Ma io mi chiedo, progresso secondo chi? E per chi?


L’elettricità rappresenta prima di tutto un business mondiale. Non c’è il rischio di sovrapporre gli interessi economici alle reali necessità delle comunità? 

L’obiettivo di Liter of Light è proprio quello di creare piccoli impianti diffusi in maniera puntiforme su tutto il territorio globale. Vogliamo rispondere alle reali necessità delle comunità e riuscire a coprire il loro fabbisogno. Nonostante il nostro impegno, manca ancora molto prima di riuscire a soddisfare la domanda di tutte le comunità non allacciate alla rete. Chiaramente l’elettricità rappresenta un business mondiale, sia per le grosse holding sia per le piccole imprese che gestiscono e vendono energia sul mercato locale. Il nostro scopo è diverso. Noi vogliamo accompagnare i nostri beneficiari in una condizione di sviluppo favorevole per creare business sociale sull’innovazione e sulla produzione di piccoli impianti autonomi di accesso energetico. Non vogliamo creare monopoli di gestione e vendita di energia. L’energia del sole è di tutti, ed ognuno è padrone della propria energia.


Quali sono i vostri progetti futuri? 

Riuscire a integrare la connessione internet libera nei nostri street light. Illuminazione, accesso energetico e connessione internet. Strumenti fondamentali per lo sviluppo di idee dal basso.


Con chi collabora Liter of Light e come è possibile sostenere le vostre attività? 

Lavoriamo principalmente con i Governi, con i Ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico. Collaboriamo con UNHCR all’interno dei campi profughi in Pakistan, Etiopia e Filippine. Siamo partner di UNDP, UNESCO, UNFCCC con i quali abbiamo preso parte alla COP22 a Novembre. Inoltre la maggior parte del supporto arriva da imprese private, grandi e piccole. Dal 2017 anche i privati potranno sostenere le nostre iniziative con le loro donazioni.

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