Sostenibilità ambientale e sociale in Treedom

Dec 15, 2016 | scritto da:

Adriano Iaria, International Sales Manager di Treedom, ha recentemente concluso un'esperienza come volontario al Campo di Croce Rossa di Pievebovigliana, uno dei paesi colpiti maggiormente dalle scosse di terremoto del mese di ottobre. La volontà di Adriano di partire per questa missione è stata approvata con entusiasmo da tutti noi di Treedom e qui ti raccontiamo qualcosa in più della nostra filosofia e di come viene quotidianamente abbracciata da collaboratori e dipendenti.

Sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale sono le due facce di una stessa medaglia e la mission di Treedom ne è una chiara dimostrazione. Come si inserisce l’esperienza di volontariato di Adriano all’interno della filosofia aziendale e, soprattutto, nella gestione dei rapporti dell’azienda con dipendenti e collaboratori? 

Risponde Federico Garcea, CEO di Treedom: Ormai parlare di sostenibilità ambientale senza tenere conto che a renderla possibile è il costante impegno delle persone è quasi una follia. L’era contemporanea contempla, senza possibilità di scampo, tanto l’attenzione nei confronti del nostro Pianeta, quanto quella alle persone che lo abitano e che devono di conseguenza possedere tutti gli strumenti adeguati per prendersene cura. Treedom è la replica, in piccolo, dell’ecosistema nel quale tutti noi ci troviamo a vivere dove la parola d’ordine, qualsiasi sia la prospettiva che viene adottata, è rispetto: nei confronti della Terra che tanto gentilmente ci ospita, verso noi stessi e, non da ultimo, verso gli altri. E’ come un’orchestra: se uno strumento è scordato produrrà un suono cacofonico che unito agli altri non riuscirà a creare quella melodia che tanto sarebbe bello ascoltare. 

Per questo motivo in Treedom appoggiamo con entusiasmo e felicità ogni iniziativa personale che metta al centro proprio il tema del rispetto, dell’attenzione e della cura tanto dell’ambiente, quanto delle persone. Siamo convinti che un’esperienza come quella di Adriano, di cui andiamo estremamente fieri, sia un arricchimento per lui e, di conseguenza, per tutto il nostro piccolo ecosistema che si nutre dei bagagli positivi e felici delle persone che, ogni giorno, rendono possibile ciò che solo sei anni fa era un progetto visionario.

Come volontario e come professionista hai scelto di dedicarti a due progetti utili, sia a livello sociale, sia a livello ambientale. Il tuo è un percorso virtuoso: riesci a spiegarci le motivazioni delle tue scelte e, in merito a queste, ipotizzare i tuoi obiettivi a lungo termine?

Risponde Adriano Iaria: Credo che la motivazione che mi guidi maggiormente in questa scelta sia la consapevolezza di poter fare qualcosa di utile per gli altri. Sul piano lavorativo, svegliarsi al mattino e sapere che il tuo lavoro apporta dei benefici al nostro pianeta e alle comunità in cui operiamo sia davvero una fortuna unica. Presto la mia attività di volontario da diverso tempo sia a livello locale che in altri contesti. Quest’estate per esempio, mentre ero in vacanza in Sicilia ho supportato il comitato di Palermo di Croce Rossa nelle operazioni di sbarco dei migranti. L’obiettivo a lungo termine è quello di poter essere utile laddove sia necessario. “L’opera umana più bella è quella di essere utile al prossimo”.



Se dovessi raccontare la tua esperienza al Campo a chi non ha mai affrontato una missione come volontario, su cosa punteresti l’attenzione?

Spesso i media ci fanno arrivare le immagini di gente che si prodiga per estrarre tra le macerie i sopravvissuti ad una catastrofe e in tanti crediamo che questa sia l’attività principale del volontario. Il campo è un’altra cosa. Quando si spengono le telecamere delle televisioni restano popolazioni intere che hanno bisogno di tornare alla normalità. E quindi di pranzare, cenare, i bambini che vogliono giocare e vite da ricostruire. Ecco, ai volontari che partono suggerirei di portare con sé un gran sorriso e la consapevolezza di essere donne e uomini che verranno segnati da esperienze del genere. In pochi sanno che esistono sessioni di defusing con i volontari perché l’empatia che si sviluppa deve essere affrontata con il giusto supporto, talvolta anche di professionisti. Siamo volontari e non super eroi. 


Quale bagaglio credi di esserti portato a casa dopo questa esperienza? E come pensi possa essere utilmente rispendibile nella tua vita privata così come in quella professionale?

Sul piano umano sono tornato a casa con il cuore che trabocca di emozioni positive. Ho tratto tanti insegnamenti da questa esperienza che sicuramente avranno dei risvolti sia nella vita privata che in quella professionale. Fare un’esperienza utile è bello, farla con le giuste persone lo è ancora di più. Con la squadra si è fin da subito instaurato un ottimo rapporto. Sebbene fossimo tutti degli sconosciuti, siamo diventati un team ben affiatato dove è prevalso il fine ultimo piuttosto che il protagonismo dei singoli. Ho imparato quanto sia importante la perseveranza, a tratti testardaggine, di un popolo, quello marchigiano, che non ha nessuna intenzione di lasciarsi abbattere e che nei momenti più bui riesce a tirar fuori dei sorrisi fuori dal comune. L’ultimo insegnamento, probabilmente il più importante: talvolta l’insegnante può essere alto un metro e trenta e avere otto anni.   

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