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Camerun, la guerra che non vediamo
apr 16, 2026 | scritto da: Tommaso Ciuffoletti
Ci sono guerre che occupano le prime pagine e guerre che restano ai margini. Non perché siano meno violente, ma perché accadono lontano dai riflettori giusti.
La cosiddetta Anglophone Crisis in Camerun è una di queste. Un conflitto armato iniziato nel 2017, che negli anni ha assunto sempre più i contorni di una guerra civile, senza però diventare mai davvero una notizia globale.
Eppure, riguarda milioni di persone.
Le radici: una frattura mai risolta

Per capire questa crisi bisogna tornare indietro, molto prima del 2017.
Il Camerun è un paese con una doppia eredità coloniale: francese e britannica. Dopo la Prima guerra mondiale, il territorio venne diviso tra Francia e Regno Unito. Alla fine del processo di decolonizzazione, nel 1961, la parte meridionale del Camerun britannico decise tramite referendum di unirsi alla Repubblica del Camerun, già indipendente e a maggioranza francofona.
Da allora, però, la convivenza non è mai stata davvero paritaria.
Le regioni anglofone - Nord-Ovest e Sud-Ovest - hanno progressivamente percepito una marginalizzazione politica, linguistica e giuridica. Il sistema legale, educativo e amministrativo francofono è stato progressivamente imposto anche dove la tradizione era diversa.
Per anni è stata una tensione latente. Poi è diventata protesta.
Dal dissenso alla guerra
Nel 2016, avvocati e insegnanti anglofoni scesero in piazza contro l’imposizione del francese nei tribunali e nelle scuole. La risposta dello Stato fu dura: repressione, arresti, limitazioni alla libertà di espressione.
Nel 2017, la situazione si radicalizza.
Movimenti separatisti proclamano l’indipendenza di uno stato chiamato Ambazonia. Nascono milizie armate. Il governo risponde con operazioni militari su larga scala. È l’inizio del conflitto aperto.
Da quel momento, la crisi entra in una spirale che ancora oggi non si è interrotta.

Una guerra diffusa, senza fronte
Non è una guerra convenzionale. Non ci sono linee del fronte chiare. È un conflitto frammentato, fatto di imboscate, rapimenti, attacchi a villaggi, repressioni e rappresaglie.
Negli anni, entrambe le parti sono state accusate di gravi violazioni dei diritti umani.
- gruppi separatisti hanno sequestrato civili, imposto lockdown forzati, attaccato scuole
- forze governative sono state accusate di esecuzioni extragiudiziali, incendi di villaggi e uso eccessivo della forza
Gli episodi si susseguono con una regolarità che, proprio per questo, non fa più notizia.
Nel 2025, per esempio, si registrano esecuzioni pubbliche, attacchi a civili, uccisioni mirate e arresti di massa.
Nel 2026, continuano scontri armati, attacchi ai villaggi e uccisioni di civili, inclusi donne e bambini.
La normalizzazione della violenza è uno degli aspetti più difficili da raccontare.
Civili al centro del conflitto
Come spesso accade, il peso maggiore ricade sulla popolazione.
Secondo diverse organizzazioni internazionali:
- centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie case
- migliaia di civili sono stati uccisi
- intere comunità vivono in condizioni di insicurezza permanente
Le scuole sono diventate un bersaglio simbolico. In alcune aree, frequentarle significa esporsi a rischi concreti. Questo ha generato una “generazione sospesa”, privata di istruzione e prospettive.
La vita quotidiana si è ristretta: spostarsi è pericoloso, lavorare è incerto, fidarsi è difficile.
Il silenzio internazionale

Una delle caratteristiche più evidenti di questa crisi è la sua scarsa visibilità.
Non è completamente ignorata - organizzazioni come Amnesty International o alcune testate internazionali ne parlano - ma non è mai diventata una priorità nell’agenda globale.
Le ragioni sono diverse:
- complessità storica e linguistica del conflitto
- assenza di un chiaro schieramento “narrativo”
- minore rilevanza geopolitica rispetto ad altri scenari
- difficoltà di accesso per i media internazionali
Il risultato è un paradosso: un conflitto lungo, violento e radicato che resta ai margini dell’attenzione.
Dove siamo noi

Per chi lavora in Camerun, questa non è una crisi lontana. È qualcosa che entra nel quotidiano: nei racconti delle persone, nelle difficoltà operative, nelle comunità con cui si collabora.
Significa lavorare in un contesto instabile, dove ogni progetto — anche il più semplice — deve fare i conti con una realtà complessa.
Ma significa anche vedere da vicino qualcosa che spesso resta invisibile altrove. E questo cambia il modo di raccontare.
Raccontare non è neutrale
Parlare di questa crisi non è solo un esercizio informativo. È una scelta.
Significa dare spazio a una storia che non trova facilmente visibilità. Significa riconoscere che esistono conflitti che non diventano “globali”, ma che per chi li vive sono totali.
E significa anche interrogarsi sul proprio ruolo.
Un progetto, un albero, una comunità: in un contesto come questo non sono mai solo elementi isolati. Entrano dentro una realtà più ampia, fatta di fragilità ma anche di resistenza quotidiana.
Una guerra che continua
Dopo più di sette anni, non si intravede una soluzione chiara. Il conflitto è diventato cronico: abbastanza stabile da non esplodere definitivamente, abbastanza violento da non poter essere ignorato da chi lo vive.
E forse è proprio questa la sua forma più insidiosa.
Non una guerra che cambia tutto in un momento, ma una guerra che lentamente ridisegna la vita di milioni di persone.
Nel silenzio.

