Cosa è successo alla sostenibilità? È tutto finito?

giu 22, 2026 | scritto da:

C’è stato un momento preciso in cui la sostenibilità ha smesso di essere un tema per addetti ai lavori ed è diventata un fatto culturale, politico e mediatico globale. Non è successo all’improvviso, ma attraverso una sequenza di passaggi che, riletti oggi, appaiono sorprendentemente coerenti.

Il primo snodo è stato istituzionale. Nel 1997 il Protocollo di Kyoto introduce per la prima volta impegni vincolanti sulle emissioni per i Paesi industrializzati, entrando in vigore nel 2005. Ma la storia dell’ambientalismo globale aveva già conosciuto, negli anni precedenti, un caso emblematico di successo: quello della lotta al buco dell’ozono.

Tra gli anni Ottanta e Novanta, la comunità internazionale si mobilita contro l’uso dei clorofluorocarburi (CFC), responsabili dell’assottigliamento dello strato di ozono. Il Protocollo di Montreal del 1987 segna una risposta coordinata ed efficace: nel giro di pochi decenni, le emissioni vengono drasticamente ridotte e il buco dell’ozono inizia a richiudersi. È una delle rare vicende in cui scienza, politica e industria riescono a convergere su un obiettivo comune, producendo risultati misurabili.

Quella esperienza rappresenta ancora oggi un precedente fondamentale: dimostra che, in presenza di consenso e cooperazione, è possibile intervenire su fenomeni globali complessi.

Negli anni successivi, il tema ambientale esce progressivamente dagli ambiti tecnici. Nel 2006 il documentario Una scomoda verità contribuisce a portare il cambiamento climatico nel dibattito pubblico globale. Nel 2015, con l’enciclica Laudato si’, Papa Francesco introduce il concetto di “ecologia integrale”, legando esplicitamente la crisi ambientale a quella sociale.

Sempre nel 2015, alla COP21 di Parigi, 196 Paesi firmano il primo accordo globale sul clima, impegnandosi a mantenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2°C, puntando a 1,5°C. È definito da molti leader un “momento storico”. E per qualche anno, quella definizione sembra avere un fondamento reale.

Tra il 2018 e il 2019 il tema assume una dimensione sociale inedita. Nasce il movimento Fridays for Future e nel settembre 2019 oltre quattro milioni di persone scendono in piazza in più di 150 Paesi durante il Global Climate Strike. Il clima diventa una questione generazionale, una richiesta esplicita rivolta alla politica.

Nel 2021, alla COP26 di Glasgow, si parla apertamente di “ultimo decennio decisivo”. Più di 120 Paesi annunciano obiettivi di neutralità climatica. Il linguaggio è netto: “accordo storico”, “punto di svolta”. Per un periodo, la sostenibilità sembra non solo centrale, ma inevitabile.

Quella fase, tuttavia, è stata breve.

A partire dal 2020, il contesto globale cambia rapidamente. La pandemia da Covid-19 riporta al centro l’emergenza sanitaria ed economica. Negli anni immediatamente successivi, la crisi energetica e l'invasione russa dell'Ucraina spostano ulteriormente le priorità su sicurezza, approvvigionamenti e inflazione. Il clima non scompare, ma perde centralità.

Questa spiegazione, però, non è sufficiente.

Negli stessi anni, la transizione ecologica entra progressivamente nel confronto politico. Negli Stati Uniti, la prima presidenza Trump e ancor più la seconda, si caratterizza da subito per il ritiro da accordi e organismi internazionali segna un cambio di direzione esplicito. In Europa, il tema ambientale viene sempre più spesso associato a costi economici, vincoli normativi e impatti sociali, diventando un terreno di opposizione politica.

In molti contesti, la sostenibilità smette di essere un terreno condiviso e diventa un elemento di distinzione identitaria. Non più una direzione comune, ma una posizione da sostenere o contrastare. Quando un tema entra nel conflitto, perde inevitabilità.

A confermare questo cambio di fase arrivano anche i dati. Secondo il Media and Climate Change Observatory (MeCCO), nel 2025 la copertura mediatica globale sul clima è diminuita del 14% rispetto al 2024 e del 38% rispetto al picco del 2021. Il 2025 si colloca solo al decimo posto degli ultimi ventidue anni per quantità di articoli dedicati al tema.
MeCCO Special Issue 2025

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Come osservano gli stessi ricercatori, “the quantity of media coverage struggles to keep pace with the pace of a changing climate”: la quantità di copertura mediatica fatica a tenere il passo con la velocità del cambiamento climatico.

Eppure, nello stesso periodo, la crisi climatica non rallenta. Gli ultimi anni sono stati i più caldi dall’inizio delle rilevazioni moderne, gli eventi estremi si moltiplicano, la concentrazione di CO₂ continua a crescere. Il problema accelera mentre l’attenzione rallenta.

Siamo di fronte a un paradosso evidente. Non è che il clima sia uscito dal dibattito pubblico. È che ha smesso di dominarlo. Deve competere con altre emergenze, ma soprattutto deve muoversi in uno spazio più frammentato e più conflittuale. Questo cambia radicalmente le condizioni in cui viene raccontato.

Per anni la domanda è stata come portare la sostenibilità al centro. Oggi la domanda è diversa: come continuare a comunicarla quando non occupa più naturalmente quel centro.

È una questione che riguarda la politica e i media, ma anche chi lavora ogni giorno su questi temi. Aziende, organizzazioni, progetti che hanno costruito il proprio impegno ben prima che diventasse un linguaggio diffuso.

Forse è proprio qui che questa fase diventa più interessante della precedente. Quando la sostenibilità smette di essere una moda, perde visibilità ma guadagna significato. Non è più sostenuta dal contesto: deve essere scelta.

E questa scelta, per definizione, non si misura nei momenti di massima esposizione, ma nella continuità. Nel lavoro quotidiano, spesso meno visibile, che continua anche quando l’attenzione si sposta altrove.

È in quella continuità che, oggi più che mai, si misura la differenza.

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