Treedom Blog: Sustainable & Green Lifestyle

Dentro la nuova xenofobia sudafricana

Scritto da Tommaso Ciuffoletti | Jul 6, 2026 8:02:25 AM

Come una crisi economica reale, la sfiducia nelle istituzioni e la propaganda digitale hanno trasformato gli immigrati nel bersaglio di un malessere profondo.

All'alba del 30 giugno, davanti al consolato dello Zimbabwe a Johannesburg, si formano lunghe code. Non sono persone in cerca di un visto. Sono uomini e donne che cercano un modo per tornare a casa. Alcuni hanno perso il lavoro, altri hanno chiuso il negozio per paura di ritorsioni, altri ancora hanno deciso di partire prima che la situazione peggiori. In quei giorni anche i consolati di Malawi e Mozambico registrano un aumento delle richieste di assistenza, mentre autobus organizzati dai governi dei Paesi vicini iniziano a riportare indietro centinaia di cittadini. Non c'è un ordine di espulsione. Non c'è una guerra. Ma c'è una data cerchiata sul calendario: il 30 giugno, il giorno in cui alcuni movimenti anti-immigrazione avevano intimato agli stranieri irregolari di lasciare il Sudafrica.

Le manifestazioni organizzate in diverse città del Paese, gli scontri con la polizia, gli arresti e il successivo dispiegamento dell'esercito hanno attirato l'attenzione della stampa internazionale. Sarebbe però un errore considerare questa vicenda come l'ennesima esplosione di violenza xenofoba. Quello che sta accadendo in Sudafrica racconta qualcosa di più profondo: il modo in cui una crisi economica e istituzionale possa trasformarsi in una mobilitazione politica capace di individuare un nemico, costruirne l'immagine pubblica e convincere una parte crescente della popolazione che lo Stato non sia più in grado di gestire il problema. È in questo spazio di sfiducia che nasce il vigilantismo: l'idea che qualcuno possa sostituirsi alle istituzioni nell'esercizio della forza e dell'autorità.


Per capire perché migliaia di persone siano scese in piazza contro gli immigrati bisogna quindi fare un passo indietro. Non di qualche settimana, ma di almeno quindici anni.

Una storia che non comincia nel 2026

La violenza contro gli immigrati non è una novità nella storia del Sudafrica democratico. Nel maggio del 2008 il Paese fu attraversato dalla più grave ondata di attacchi xenofobi dalla fine dell'apartheid: oltre sessanta persone vennero uccise, migliaia furono costrette ad abbandonare le proprie case e decine di migliaia trovarono rifugio in campi di accoglienza allestiti in emergenza. Le vittime provenivano soprattutto da Zimbabwe, Mozambico, Malawi e Somalia. Da allora episodi simili si sono ripetuti nel 2015, nel 2019 e durante le violenze che seguirono all'arresto dell'ex presidente Jacob Zuma nel 2021.

Questa continuità è importante perché modifica la domanda di partenza. Non bisogna chiedersi perché il Sudafrica sia improvvisamente diventato xenofobo. Bisogna piuttosto domandarsi perché una tensione mai realmente scomparsa abbia trovato, negli ultimi anni, una forma politica più organizzata e una capacità di mobilitazione molto superiore rispetto al passato.

Il Sudafrica rimane una delle economie più sviluppate del continente africano, ma anche una delle società più diseguali al mondo. La crescita economica ristagna da anni, la disoccupazione si mantiene tra le più alte del pianeta e quella giovanile supera stabilmente il 40%. A questo si aggiungono una criminalità diffusa, servizi pubblici spesso inefficienti, una crisi energetica che provoca frequenti blackout, un sistema sanitario sotto pressione e una sfiducia crescente nei confronti delle istituzioni. Per molti cittadini, la promessa di prosperità della stagione post-apartheid appare oggi lontana.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, il Sudafrica ospita alcuni milioni di cittadini stranieri, provenienti soprattutto dai Paesi confinanti. Molti lavorano regolarmente, altri attendono il riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione, altri ancora vivono in condizioni di irregolarità. Come accade in molte altre parti del mondo, la mancanza di dati facilmente comprensibili e la lentezza delle procedure amministrative alimentano la percezione di un fenomeno fuori controllo. Ed è proprio su questa percezione, più ancora che sui numeri reali, che si innestano i movimenti anti-immigrazione.

Quando lo Stato perde credibilità

 

Uno degli errori più frequenti nel raccontare questa vicenda è descrivere gruppi come Operation Dudula semplicemente come movimenti xenofobi. Certo, la loro retorica prende di mira gli immigrati e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato comportamenti discriminatori e intimidatori. Ma fermarsi a questa definizione rischia di nascondere l'aspetto forse più importante.

Operation Dudula nasce nel 2021, all'indomani delle violenze che sconvolsero il Paese dopo l'arresto di Jacob Zuma. Il nome significa, in lingua isiZulu, "spingere fuori". L'obiettivo dichiarato è semplice: costringere lo Stato ad applicare le leggi sull'immigrazione e a contrastare la presenza di cittadini stranieri irregolari.

Fin qui potrebbe sembrare una delle tante campagne politiche sulla gestione dei confini. Ma c'è una differenza da cogliere: Operation Dudula non si limita a chiedere allo Stato di intervenire. Comincia ad agire come se lo Stato avesse già fallito.

I suoi militanti organizzano controlli nei quartieri popolari, visitano negozi gestiti da stranieri, chiedono documenti, contestano l'assunzione di lavoratori immigrati, protestano davanti agli ospedali accusandoli di offrire cure a cittadini non sudafricani e organizzano pattugliamenti informali. Formalmente il movimento sostiene di distinguere tra immigrati regolari e irregolari. Nella pratica, numerose inchieste giornalistiche hanno documentato controlli effettuati sulla base dell'accento, della lingua parlata o della provenienza presunta, coinvolgendo anche persone perfettamente in regola.

Non siamo più davanti a cittadini che chiedono allo Stato di esercitare le proprie funzioni. Siamo davanti a cittadini convinti che qualcun altro debba esercitarle al suo posto. E la differenza è enorme.

Nella loro comunicazione pubblica, i leader di questi movimenti insistono continuamente su un messaggio: il governo avrebbe perso il controllo dei confini, tollererebbe l'immigrazione irregolare e sarebbe incapace di garantire sicurezza e legalità. Da questa premessa deriva una conclusione che trova consenso ben oltre gli ambienti più radicali: se lo Stato non interviene, allora è legittimo che lo facciano i cittadini.

Dal malcontento alla mobilitazione

 

Negli ultimi mesi questa impostazione ha trovato una nuova espressione nella campagna promossa dal movimento March and March, che ha fissato al 30 giugno una scadenza simbolica entro cui gli immigrati irregolari avrebbero dovuto lasciare il Paese. La forza dell'iniziativa non risiede tanto nella sua capacità di imporre realmente quella scadenza, quanto nell'aver trasformato una rivendicazione politica in un conto alla rovescia collettivo.

Nei giorni precedenti la data annunciata, molte attività commerciali gestite da cittadini stranieri hanno chiuso preventivamente. Diverse famiglie hanno scelto di lasciare temporaneamente il Sudafrica. I governi di Zimbabwe e Malawi hanno predisposto forme di assistenza per i propri connazionali, mentre la polizia e l'esercito sono stati mobilitati per prevenire un'escalation delle violenze.

Anche quando non riesce a ottenere ciò che promette, un movimento di questo tipo produce un effetto concreto: modifica il comportamento delle persone. Ed è proprio questa capacità di incidere sulla vita quotidiana che segna il passaggio da semplice protesta a soggetto politico.

Ma come è stato possibile costruire, in pochi anni, un consenso tanto ampio attorno a questa narrazione? La risposta non si trova soltanto nei problemi economici del Paese. Si trova anche nel modo in cui quei problemi sono stati raccontati, condivisi e trasformati in una storia semplice, emotiva e immediatamente riconoscibile. Una storia che ha trovato nei social media il proprio principale acceleratore.

Il peso dei numeri, il peso delle percezioni

Ogni movimento politico costruisce il proprio consenso attorno a priorità diverse e non è sempre detto che queste priorità siano fondate su ragioni supportate dalla ragione e dai numeri. Spesso possono essere "ragioni" più "emotive". Nel caso dei movimenti anti-immigrazione sudafricani la domanda da porsi è: gli immigrati sono davvero responsabili del peggioramento delle condizioni di vita del Paese?

Le accuse sono note e ricorrono, simili, anche in altri contesti che forse ci sono più vicini. Rubano il lavoro ai cittadini sudafricani. Alimentano la criminalità. Sovraccaricano gli ospedali. Approfittano dei servizi pubblici. Aprono attività commerciali senza rispettare le regole.

Alcune di queste affermazioni contengono elementi di realtà, altre poggiano su percezioni difficili da dimostrare, altre ancora vengono smentite dagli studi disponibili. Ed è proprio questa miscela di fatti, esperienze personali e generalizzazioni a renderle tanto persuasive.

L'economia sudafricana assorbe da decenni una quota significativa di lavoratori stranieri, soprattutto nei settori informali, nell'edilizia, nell'agricoltura e nel piccolo commercio. Molti accettano salari più bassi e condizioni di lavoro più precarie, una dinamica che può effettivamente alimentare tensioni con la manodopera locale. Diversi studi sottolineano però come il problema principale non sia la presenza degli immigrati, bensì un mercato del lavoro incapace di creare occupazione sufficiente e un sistema di controlli spesso inefficace nei confronti del lavoro irregolare. Attribuire agli immigrati la responsabilità della disoccupazione significa semplificare un fenomeno che affonda le proprie radici nella struttura economica del Paese, nella bassa crescita, nelle profonde disuguaglianze e nelle difficoltà del sistema educativo.

Anche sul fronte della criminalità il quadro è più complesso di quanto suggerisca la propaganda. Il Sudafrica registra livelli di violenza estremamente elevati e la presenza di reti criminali transnazionali è un dato reale. Tuttavia, le ricerche disponibili non mostrano che gli immigrati siano complessivamente più inclini a delinquere rispetto ai cittadini sudafricani. Come accade in molti altri contesti, singoli episodi vengono spesso trasformati in prova di una responsabilità collettiva, alimentando un'associazione automatica tra immigrazione e criminalità che i dati faticano a confermare.

Questo non significa che ogni preoccupazione sia infondata. Significa che problemi reali vengono frequentemente ricondotti a una sola causa, più facile da identificare e da raccontare.
È il meccanismo classico del capro espiatorio.

Più che xenofobia, afrofobia

Molti studiosi preferiscono evitare il termine "xenofobia" per descrivere quanto sta accadendo in Sudafrica. Parlano invece di afrofobia.
La differenza non è soltanto terminologica.

Le principali vittime delle aggressioni e delle campagne di intimidazione provengono infatti da altri Paesi africani: Zimbabwe, Mozambico, Malawi, Nigeria, Somalia, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo. Non tutti gli stranieri vengono percepiti allo stesso modo.

La linea di frattura si sviluppa soprattutto all'interno del continente africano, dove la prossimità geografica rende le migrazioni più frequenti e la competizione economica più visibile.

Questa specificità aiuta a comprendere come il problema non sia semplicemente il rifiuto dello "straniero", ma la costruzione di una gerarchia sociale in cui alcuni gruppi vengono progressivamente identificati come responsabili del deterioramento delle condizioni collettive.

In altre parole, il bersaglio non viene scelto a caso.

Viene scelto perché è sufficientemente visibile, numeroso, vulnerabile e politicamente poco rappresentato.

Il ruolo dei social media: dalla rabbia all'organizzazione

 

Per anni abbiamo descritto i social media come strumenti capaci di amplificare il malcontento. È una definizione corretta, ma oggi non basta più.
Nel caso sudafricano, le piattaforme digitali sembrano aver svolto una funzione diversa: non si sono limitate a diffondere un messaggio. Hanno contribuito a organizzare un movimento.

Video girati durante controlli improvvisati nei quartieri popolari, dirette Facebook davanti ai negozi gestiti da cittadini stranieri, brevi clip pubblicate su TikTok, gruppi WhatsApp utilizzati per convocare manifestazioni e condividere presunti avvistamenti di immigrati irregolari: ogni contenuto svolge contemporaneamente una funzione informativa, identitaria e performativa.

Non racconta semplicemente che cosa sta succedendo, ma suggerisce chi sta facendo qualcosa. Questa è forse la trasformazione più importante.

La propaganda contemporanea raramente chiede di credere a un'idea astratta. Preferisce mostrare un'azione concreta. Un controllo. Una protesta. Una pattuglia. Un negozio chiuso. Un confronto con la polizia.

Il messaggio implicito è potente: lo Stato è immobile, noi agiamo. Ogni video diventa così la dimostrazione visiva di una tesi politica. Gli algoritmi fanno il resto.
Contenuti emotivi, conflittuali e facilmente condivisibili tendono a ricevere maggiore visibilità, mentre la complessità fatica a trovare spazio. Un'analisi economica sulla disoccupazione difficilmente raggiungerà la diffusione di un filmato che mostra un acceso confronto davanti a un'attività commerciale. Non perché il secondo spieghi meglio la realtà, ma perché è costruito per suscitare una reazione immediata.

È qui che il ruolo dei social media diventa decisivo. Non creano il disagio e non inventano la sfiducia, ma offrono a entrambi una forma narrativa semplice, riconoscibile e continuamente alimentata dalla partecipazione degli utenti.

Ogni condivisione contribuisce a rafforzare l'idea che il fenomeno sia ovunque. Ogni nuovo video conferma il precedente. Ogni testimonianza individuale viene percepita come prova di una tendenza generale. E l'algoritmo è il motore che spinge i giri di reel di quei video-benzina. E l'esito incendiario di questo meccanismo è del tutto evidente.
Perché è così che una percezione può trasformarsi, poco alla volta, in una convinzione collettiva.

Che cosa ci insegna il caso sudafricano

Sarebbe facile liquidare questa vicenda come il prodotto di un contesto eccezionale: un Paese segnato da enormi disuguaglianze, da una lunga storia di violenza e da istituzioni in difficoltà.
Sarebbe anche rassicurante. Ma probabilmente sarebbe un errore.

Il Sudafrica mostra con particolare chiarezza un meccanismo che, in forme diverse, osserviamo sempre più spesso anche altrove.
La xenofobia non viene alimentata a caso. Nasce quando un disagio reale incontra un vuoto di fiducia nelle istituzioni e c'è chi è pronto ad investire su questa frattura, per allargarla e indirizzarla verso un bersaglio, in primis, ed un consenso dagli esiti imprevedibili poi.

I social media non creano quel disagio, ma gli danno una forma, un linguaggio, un bersaglio e, soprattutto, un'organizzazione. Quando il cittadino smette di chiedere allo Stato di intervenire e comincia a convincersi che qualcuno lo possa sostituire, il passaggio dal malcontento al vigilantismo diventa possibile.

È questo, forse, l'aspetto più inquietante della vicenda. Perché il bersaglio, in teoria, può cambiare. Oggi sono gli immigrati. Domani potrebbe essere un'altra minoranza, un'altra comunità, un altro gruppo debole e facilmente percepibile come responsabile di problemi che invece hanno origini diverse e molto più profonde.

Le democrazie non si misurano soltanto dalla capacità di garantire diritti. Si misurano anche dalla capacità di impedire che la sfiducia nelle istituzioni venga riempita da chi promette soluzioni semplici a problemi complessi.

È una lezione che riguarda il Sudafrica. Ma sarebbe ingenuo pensare che riguardi soltanto il Sudafrica.