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E se educare ad amare gli alberi fosse sbagliato?

Scritto da Tommaso Ciuffoletti | May 14, 2026 1:30:03 PM

C’è un modo molto naturale con cui proviamo a insegnare ai bambini a guardare gli alberi. Gli diciamo che sono vivi. Che respirano. Che hanno bisogno di cura. A volte facciamo un passo in più: proviamo a farli “sentire”. A immaginarli come creature che, in qualche modo, provano qualcosa.

Lo faccio anch’io. Con mio figlio, per esempio, succede così: passeggiando nei boschi intorno a casa, torniamo spesso a vedere lo stesso albero, notiamo come cambia, gli diamo un nome (a volte lo sceglie lui, a volte lo scelgo io). Lo facciamo diventare in un certo senso familiare. In questo modo smette di essere un elemento di sfondo, ma acquista un carattere proprio e diviene un "personaggio" a cui portare un saluto ogni volta che torniamo a passeggiare in quel posto.

E per esperienza posso dire che funziona. Funziona intanto a rendere il bosco un luogo in cui sentirsi più a proprio agio.In fondo sembra di andare a trovare alcuni amici e di essere accolto da loro. E funziona perché sposta lo sguardo mio e di mio figlio dall'albero in sé, alla relazione che si instaura con lui.

Del resto un albero non si muove come un animale, non parla come noi e proprio per questo rischia di diventare invisibile. Ma se impariamo - e insegniamo - a osservarlo nel tempo, nei dettagli, nei cambiamenti, allora torna ad essere ciò che è: un essere vivo, che cresce, cambia, reagisce, comunica, respira.

È in questi piccoli gesti che si costruisce qualcosa di importante. Un’educazione silenziosa, quasi istintiva.

Poi però, lavorando a Treedom da tanti anni, mi sono imbattuto in un celebre articolo di diversi anni fa - fu pubblicato per la prima volta nel 2012 - che mi ha messo un po' di dubbi addosso, facendomi pensare se quanto stessi facendo con mio figlio fosse giusto oppure no.

L’autore è Michael Marder, filosofo e docente di Filosofia all’Università dei Paesi Baschi di Vitoria-Gasteiz e Ricercatore dell’Ikerbasque Foundation di Bilbao che ha indirizzato il proprio campo di ricerca alla tradizione fenomenologica della filosofia continentale, al pensiero ambientale e alla filosofia politica. Il titolo è piuttosto esplicito: The Life of Plants and the Limits of Empathy - La vita delle piante e i limiti dell'empatia. La sua tesi, detta in modo semplice, è questa: l’empatia con le piante è un’illusione. O meglio, è un fraintendimento.

Quando proviamo a “sentire” un albero, dice Marder, in realtà non stiamo entrando nel suo mondo, stiamo portando il nostro dentro di lui.

Perché l’empatia funziona solo quando riconosciamo qualcosa di simile a noi: emozioni, interiorità, una qualche forma di esperienza. Ma le piante - per come le conosciamo - non hanno nulla di tutto questo, almeno non nei termini in cui lo intendiamo noi.
Succede così che, nel tentativo di avvicinarle, rischiamo di trasformarle e ridurle ad una versione semplificata di noi stessi.

È una tesi che, quando uscì, fece discutere proprio perché andava contro una tendenza molto diffusa: quella di “umanizzare” la natura per proteggerla meglio. Raccontare alberi che parlano, che comunicano, che si aiutano. Costruire un ponte emotivo.
L'articolo di Marder, invece, suggeriva qualcosa di meno intuitivo: il rispetto non dovrebbe nascere solo dall’empatia, ma anche dalla capacità di stare davanti a qualcosa che non capiamo fino in fondo.
Dal riconoscere una differenza, più che una somiglianza.

È una tesi interessante, che chiama ad un impegno della ragione che vada oltre l'istintiva disponibilità a riconoscerci più facilmente in coloro che ci sono più prossimi. E fare lo sforzo di non portare l'empatia anche dove non starebbe.

Se ci penso, quello che faccio con mio figlio sta esattamente su quel confine. Da una parte cerco di avvicinarlo agli alberi, di renderli meno estranei. Dall’altra, so che quella è una traduzione. Un modo umano di raccontare qualcosa che umano non è.

Forse è una scorciatoia? Eppure al vederlo salutare e farsi accogliere dagli alberi mi sembra che abbia senso.

E non so se per imparare a rispettare gli alberi, dobbiamo sentirli come noi… oppure imparare a riconoscere che non lo sono. In fondo sono due vie per giungere ad una meta che è solo la prima tappa di un nuovo cammino: quello per proteggerli.