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Ghana: cacao contro oro. Cosa sta succedendo e cosa è il galamsey?

Scritto da Tommaso Ciuffoletti | Aug 4, 2026, 12:09:12 PM

Il Parlamento del Ghana ha approvato una legge che prevede pene severissime, fino a vent'anni di carcere nei casi più gravi, per chi converte illegalmente le piantagioni di cacao ad altri usi, in particolare per attività di estrazione mineraria.

Letta così, la notizia può sembrare sorprendente. Perché uno Stato dovrebbe intervenire con sanzioni tanto pesanti per proteggere una coltura agricola? La risposta è che in Ghana il cacao non è soltanto un prodotto agricolo: è uno dei pilastri dell'economia nazionale. Ma, soprattutto, quella legge racconta un conflitto che riguarda molti Paesi ricchi di risorse naturali e che va ben oltre il cacao. È il conflitto tra il valore immediato che si può estrarre da un territorio e il valore che quello stesso territorio può continuare a generare nel tempo.

Il Ghana è il secondo produttore mondiale di cacao, dopo la Costa d'Avorio. Da questa coltura dipendono direttamente o indirettamente milioni di persone e una quota importante delle esportazioni del Paese. Il cacao è una fonte di reddito per centinaia di migliaia di piccoli agricoltori, sostiene intere economie locali e alimenta una filiera che arriva fino ai principali mercati internazionali del cioccolato. Quando la produzione diminuisce, le conseguenze non ricadono soltanto sulle famiglie contadine, ma sull'intera economia nazionale.

Negli ultimi anni, però, il settore del cacao ha dovuto affrontare una serie di difficoltà. I cambiamenti climatici stanno modificando il regime delle piogge e aumentando la frequenza di periodi di siccità e ondate di calore. Alcune malattie delle piante hanno ridotto la produttività delle coltivazioni, mentre l'invecchiamento di molti impianti rende necessario un lungo lavoro di rinnovo. A questo si aggiungono le oscillazioni del mercato internazionale, che rendono il reddito degli agricoltori meno prevedibile. In questo contesto è cresciuta la pressione esercitata da un'altra attività economica: l'estrazione dell'oro.

Il Ghana è anche uno dei maggiori produttori d'oro dell'Africa. Accanto alle grandi miniere industriali autorizzate, negli ultimi anni si è diffusa in maniera sempre più estesa l'estrazione illegale, conosciuta localmente con il nome di galamsey. Il termine deriva dall'espressione inglese gather them and sell e indica un insieme di attività minerarie svolte senza autorizzazioni, spesso al di fuori di qualsiasi controllo ambientale o sanitario. Quello che un tempo era un fenomeno relativamente circoscritto è diventato una delle principali emergenze ambientali del Paese.

L'aumento del prezzo dell'oro ha reso questa attività estremamente redditizia. Per un proprietario di un terreno agricolo può essere molto più conveniente concedere il proprio appezzamento ai cercatori d'oro che continuare a coltivarlo. Il guadagno può arrivare in pochi giorni o in poche settimane, mentre una piantagione di cacao richiede anni di lavoro, investimenti continui e raccolti che dipendono dalle condizioni climatiche. È una scelta che, dal punto di vista economico individuale, può apparire comprensibile. Ma è una scelta che trasferisce sulla collettività costi enormemente superiori ai benefici immediati.


L'estrazione illegale dell'oro, infatti, non consiste semplicemente nello scavare una buca. Per raggiungere i giacimenti vengono abbattuti alberi, rimossi grandi volumi di terreno e modificati i corsi d'acqua. In molte operazioni vengono impiegati mercurio e altri reagenti chimici per separare il metallo prezioso dal materiale estratto.
Queste sostanze finiscono spesso nei fiumi e nelle falde acquifere, contaminando l'acqua utilizzata dalle comunità locali, danneggiando la fauna acquatica e compromettendo la fertilità dei terreni circostanti. In molte aree, una volta terminata l'attività mineraria, rimangono crateri, suoli impoveriti e paesaggi profondamente trasformati, difficili da recuperare e ancora più difficili da restituire all'agricoltura.

È proprio questo uno degli aspetti più drammatici del galamsey: non sostituisce semplicemente una coltura con un'altra attività economica, ma altera in modo profondo il capitale naturale su cui quella stessa economia si fonda. Un campo coltivato può essere migliorato, rinnovato o riconvertito. Un terreno devastato dall'estrazione mineraria richiede invece tempi lunghissimi e investimenti enormi per tornare produttivo, quando ciò è ancora possibile.

Per questo motivo il dibattito in Ghana non riguarda soltanto la tutela del cacao. Riguarda la sicurezza alimentare, la disponibilità di acqua, la salute pubblica, la stabilità economica delle aree rurali e, più in generale, la capacità del Paese di conservare le proprie risorse naturali. Negli ultimi anni il tema è entrato con forza anche nel dibattito politico nazionale, perché l'espansione delle miniere illegali è diventata una delle principali cause di perdita di terreni agricoli e di degrado ambientale.

La nuova legge va quindi letta in questa prospettiva. Non nasce semplicemente per "difendere il cacao", ma per impedire che terreni agricoli strategici vengano progressivamente trasformati in siti minerari illegali. È il tentativo di affermare che esistono risorse il cui valore non può essere misurato soltanto dal guadagno immediato che producono.

Questo, però, apre una riflessione ancora più interessante. Sarebbe infatti un errore immaginare il problema come uno scontro tra il cacao e l'oro, come se uno rappresentasse automaticamente il bene e l'altro il male. Anche il cacao, se coltivato secondo modelli intensivi e basati sulla monocoltura, può contribuire alla perdita di biodiversità, all'impoverimento del suolo e alla riduzione della resilienza degli ecosistemi. La questione, quindi, non riguarda quale prodotto coltivare o quale risorsa estrarre, ma il modo in cui scegliamo di utilizzare il territorio.

Negli ultimi decenni l'agroforestazione ha dimostrato come sia possibile costruire un equilibrio diverso. Integrare il cacao con alberi forestali e specie da frutto significa creare sistemi agricoli più complessi e più resilienti. Gli alberi proteggono il terreno dall'erosione, migliorano la fertilità del suolo attraverso la sostanza organica, contribuiscono a mantenere l'umidità, offrono habitat per numerose specie animali e riducono l'impatto delle temperature più elevate. Allo stesso tempo, la presenza di colture diverse permette alle famiglie di non dipendere esclusivamente dal reddito del cacao. Frutta, legname, altri prodotti agricoli e servizi ecosistemici diventano parte di un sistema economico più stabile e meno vulnerabile agli shock climatici o alle oscillazioni del mercato.


Questo non significa che l'agroforestazione possa risolvere da sola problemi complessi come il
galamsey. Sarebbe una semplificazione. Ma rappresenta un esempio concreto di un approccio che non mette in contrapposizione produzione agricola e tutela dell'ambiente. Al contrario, parte dall'idea che la prosperità delle comunità rurali dipenda proprio dalla capacità di mantenere in salute gli ecosistemi da cui quella produzione ha origine.

In fondo, è questa la domanda che la vicenda del Ghana ci pone. Che cosa rappresenta davvero un pezzo di terra? Una riserva di minerali da sfruttare il più rapidamente possibile? Una superficie da dedicare alla coltura più redditizia del momento? Oppure un ecosistema capace di produrre cibo, reddito, acqua, biodiversità e benessere per molti anni?