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Incendi in Italia: tutto quello che c’è da sapere (davvero)

Scritto da Tommaso Ciuffoletti | Jun 15, 2026 10:11:57 AM

Cause, numeri, responsabilità e limiti di un fenomeno che ogni estate torna a bruciare il Paese

Ogni estate, puntuale, il fuoco torna a occupare le cronache italiane. Ettari che bruciano, evacuazioni, paesaggi devastati. E ogni volta la stessa domanda: perché succede?
La risposta più immediata - “per colpa dei piromani” - è anche la più semplice. E, come spesso accade, la meno precisa.

Per capire davvero gli incendi in Italia serve uno sguardo più ampio: sui dati, sulle cause, sulla distribuzione geografica, sulle leggi. Ma soprattutto sui limiti strutturali che rendono questo fenomeno così difficile da prevenire e da gestire.

Un fenomeno strutturale

Partiamo dai numeri. Secondo le analisi più recenti di ISPRA basate sui dati europei EFFIS, nel 2024 in Italia sono andati bruciati oltre 50mila ettari di territorio. Un dato in calo rispetto agli anni peggiori recenti, ma che conferma una realtà: gli incendi non sono un’eccezione, sono una costante.

Negli anni più critici, come il 2021 e il 2022, le superfici percorse dal fuoco sono state ben superiori, con picchi che hanno colpito in modo particolare il Sud e le isole. Non si tratta quindi di un problema occasionale, ma di un fenomeno strutturale, legato a dinamiche climatiche, ambientali e sociali profonde.

I dati mostrano con chiarezza una geografia del fuoco. Già nel 2020, come ricordato dall'allora Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, il 55% degli incendi si concentrava in quattro regioni: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. In queste aree si sono registrati oltre 51mila ettari bruciati su un totale di 62mila.

È un dato che continua a essere rilevante anche oggi. Il Sud Italia, insieme alle isole maggiori, presenta una combinazione di fattori particolarmente favorevole allo sviluppo degli incendi:

  • temperature elevate e prolungate;
  • periodi di siccità sempre più lunghi;
  • presenza diffusa di vegetazione secca;
  • abbandono delle aree rurali e agricole.

Ma non si tratta solo di clima. È anche una questione di gestione del territorio, di legalità e di salute degli enti locali.

Il periodo più critico resta quello estivo, tra giugno e settembre, con un picco nei mesi di luglio e agosto. Le ondate di calore, sempre più frequenti e intense, abbassano l’umidità dei suoli e rendono la vegetazione altamente infiammabile. In queste condizioni basta un innesco minimo - naturale o umano - per generare un incendio.

Negli ultimi anni, tuttavia, la stagione degli incendi si sta allungando. Episodi significativi si registrano anche in primavera e all’inizio dell’autunno, segno di un cambiamento climatico che sta modificando profondamente il comportamento del fuoco.
Non solo: gli incendi stessi contribuiscono al cambiamento climatico, rilasciando grandi quantità di CO₂ nell’atmosfera e riducendo la capacità degli ecosistemi di assorbirla.
Si crea così un circolo vizioso: più caldo significa più incendi, e più incendi significano più emissioni.

Il nodo degli incendi dolosi

Gli incendi possono avere origini diverse:

  • naturali, come fulmini (una quota minoritaria in Italia);
  • colpose, dovute a negligenza (fuochi non spenti, attività agricole, lavori);
  • dolose, cioè intenzionali.

La narrazione pubblica tende a concentrarsi su quest’ultima categoria, spesso abusando della figura del “piromane”, parola che, purtroppo, è entrata nel discorso pubblico, ma che distorce la reale percezione del problema. Il termine piromane (dal greco pyr, fuoco, e mania) indica una persona affetta da piromania, un disturbo psicologico del controllo degli impulsi. Chi ne soffre prova un'irresistibile attrazione per il fuoco e un forte piacere o sollievo nell'appiccare incendi, senza scopi di lucro o di vendetta. L'idea che gli incendi dolosi in Italia siano da attribuirsi in toto ai disturbi psicologici è una fallacia dettata dall'uso sbagliato delle parole.

Facciamo quindi chiarezza sul punto. I dati disponibili mostrano che gli incendi dolosi e colposi rappresentano una parte significativa del fenomeno incendi.

Nel 2020, ad esempio, sono stati registrati oltre 4.200 incendi di questo tipo, con più di 62mila ettari bruciati, 552 persone denunciate e 18 arresti. Ma il punto non è solo quanti incendi siano dolosi.
Il punto è perché continuano a verificarsi.

LE LEGGI PER DISINNESCARE GLI INCENDI DOLOSI E I LORO LIMITI

La legge italiana, con la 353 del 2000, ha introdotto strumenti importanti per contrastare il fenomeno, tra cui il divieto di cambiare destinazione d’uso delle aree bruciate per almeno 15 anni. Una norma pensata proprio per scoraggiare gli incendi legati a interessi speculativi.

Eppure, a oltre vent’anni dalla sua introduzione, gli incendi dolosi non sono scomparsi. Perché?

Una possibile risposta sta nei punti deboli della norma stessa. La legge affida ai comuni il compito di censire le aree percorse dal fuoco e applicare i vincoli previsti. Un’attività complessa, non sempre svolta in modo tempestivo e completo, e potenzialmente esposta a pressioni e interessi locali non sempre leciti. È chiaro quel che sto dicendo?

Se nel censire un'area "percorsa da incendio" un Comune non opera correttamente, potrebbe capitare che dei terreni vengano esclusi dal censimento ed essere quindi esclusi da quelli su cui ricade il vincolo di destinazione, dando quindi adito ad un possibile cambio, potenzialmente secondo gli interessi degli stessi mandanti dell'incendio doloso ... capite bene che in questo caso la "piromania" non c'entra niente, ma c'entrano interessi e criminalità.

In altre parole: il meccanismo di deterrenza esiste, ma non sempre funziona come dovrebbe.

Questo apre uno spazio in cui gli incendi possono continuare a essere utilizzati come strumento, non solo come gesto impulsivo. Non sempre, quindi, si tratta di “piromani”. In alcuni casi si tratta di attori che hanno interessi concreti e che agiscono in un contesto in cui il rischio di essere identificati e sanzionati è relativamente basso.

LE PENE PER CHI APPICCA INCENDI

Dal punto di vista normativo, l’Italia dispone di un sistema sanzionatorio tutt’altro che debole. L’articolo 423 del Codice penale punisce l’incendio doloso con la reclusione da 3 a 7 anni, che diventano da 4 a 10 anni nel caso di incendi boschivi (art. 423-bis). Le pene possono aumentare ulteriormente in presenza di aggravanti, fino a superare i 15 anni.
A queste si aggiungono le responsabilità civili per il risarcimento dei danni ambientali ed economici.

Il problema, però, non è tanto la severità delle pene. È la loro applicabilità. Individuare con certezza le cause di un incendio e attribuirne la responsabilità è estremamente difficile. Il fuoco distrugge rapidamente le prove, e le indagini richiedono competenze tecniche, tempo e risorse.

I dati disponibili mostrano un’attività investigativa significativa negli ultimi vent’anni, ma anche una difficoltà strutturale nel trasformare gli incendi in responsabilità accertate e sanzionate.

Prevenire e rigenerare

Se c’è un punto su cui convergono dati, esperienze e analisi, è questo: la prevenzione è decisiva. E prevenzione non significa solo spegnere gli incendi prima che si espandano. Significa:

  • gestire attivamente i boschi;
  • ridurre l’accumulo di biomassa secca;
  • mantenere vive le aree rurali;
  • pianificare il territorio in modo sostenibile;
  • investire in monitoraggio e sorveglianza.

Significa, in altre parole, ridurre le condizioni che rendono possibile l’incendio.

Dopo un incendio, la tentazione è quella di intervenire subito, piantando nuovi alberi. Ma la realtà è più complessa.
Il rimboschimento non è sempre immediato né sempre opportuno e, come abbiamo visto, ci sono anche delle previsioni di legge da rispettare. Inoltre servono valutazioni tecniche, tempi lunghi e, spesso, anni prima che si possa intervenire in modo efficace.

Il fuoco distrugge in poche ore. Ricostruire richiede tempo.

Conclusioni

Gli incendi in Italia non sono solo un problema ambientale. Sono anche una questione culturale e sociale.
Riguardano il modo in cui gestiamo il territorio, il rapporto tra comunità e ambiente, la capacità delle istituzioni di applicare le norme, e quella dei cittadini di riconoscere il valore degli ecosistemi.
Per questo, ridurre il fenomeno degli incendi significa anche lavorare su consapevolezza, responsabilità e prevenzione diffusa.

Gli incendi non hanno una sola causa e non hanno una sola soluzione. Sono il risultato di una combinazione di fattori: climatici, ambientali, umani e istituzionali.

Capirli davvero significa andare oltre le semplificazioni, leggere i dati, riconoscere i limiti del sistema e individuare i punti su cui intervenire.

Perché il fuoco, ogni estate, torna. Ma il modo in cui lo affrontiamo può fare la differenza.