Il Pacifico si sta scaldando e la WMO prevede un El Niño molto forte fino all'inizio del 2027. Ma attenzione a non confondere causa ed effetto: El Niño è un fenomeno naturale. Il problema è il clima in cui oggi El Niño arriva.
C'è un modo molto semplice per raccontare la notizia arrivata in questi giorni: sta arrivando un Super El Niño e il pianeta potrebbe diventare ancora più caldo.
È una frase efficace, ma che racconta una storia che non esiste.
Perché il nuovo El Niño è davvero forte. La World Meteorological Organization (WMO) lo considera ormai pienamente instaurato e prevede che possa intensificarsi ulteriormente nei prossimi mesi, raggiungendo un'intensità molto forte verso la fine del 2026. La probabilità che persista fino a febbraio 2027 è indicata come «vicina al 100%»: il livello di certezza più alto mai espresso dalla WMO in un aggiornamento di questo tipo.
Ma non è colpa di El Niño se il pianeta si sta scaldando.
Anzi, la cosa più importante da capire è proprio questa: El Niño è un fenomeno naturale. Fa parte dell'ENSO, l'oscillazione che nasce dall'interazione fra oceano e atmosfera nel Pacifico tropicale e che, ogni due-sette anni circa, redistribuisce enormi quantità di calore e modifica i regimi di temperatura, precipitazioni e circolazione atmosferica in molte parti del mondo. Non è un prodotto della crisi climatica. La stessa WMO lo definisce esplicitamente un fenomeno naturale e chiarisce che non è causato dal cambiamento climatico.
La domanda interessante, allora, è un'altra: che cosa succede quando un fenomeno naturale come El Niño arriva su un pianeta che abbiamo già riscaldato?
El Niño non è nuovo. È nuovo, invece, il contesto climatico nel quale si manifesta.
Durante un forte El Niño, il calore accumulato nell'oceano viene redistribuito e una parte di esso finisce per contribuire a un aumento temporaneo della temperatura media globale. Per questo gli anni interessati da El Niño tendono a essere particolarmente caldi e l'effetto sulla temperatura globale può risultare ancora più evidente nell'anno successivo allo sviluppo dell'evento.
È quello che potremmo aspettarci anche questa volta. Ma bisogna tenere bene distinta la causa dalla variazione temporanea.
El Niño può spingere verso l'alto la temperatura di un determinato periodo. Non è lui a produrre il riscaldamento globale di lungo periodo.
Per capire la differenza basta immaginare una linea che sale lentamente e, sopra quella linea, un'oscillazione che ogni tanto va verso l'alto e ogni tanto verso il basso.
L'oscillazione è El Niño e La Niña. La linea che sale è il riscaldamento globale. Confonderli significa attribuire all'oscillazione ciò che sta facendo salire la linea.
E oggi questa distinzione è particolarmente importante perché il nuovo El Niño arriva mentre gli oceani e il sistema climatico nel loro complesso si trovano già in condizioni eccezionalmente calde. La WMO segnala che proprio le temperature eccezionalmente elevate del Pacifico tropicale stanno alimentando l'intensificazione dell'evento.
Il punto, insomma, non è che El Niño abbia improvvisamente cominciato a scaldare la Terra. È che El Niño sta arrivando su una Terra che abbiamo già scaldato.
La coincidenza temporale con le nuove dichiarazioni delle Nazioni Unite rende tutto ancora più significativo.
Il rapporto Limiting Overshoot, pubblicato dall'UNEP il 2 settembre, parte da una constatazione che fino a poco tempo fa sarebbe stata molto più difficile da formulare: il superamento della soglia di 1,5 °C rispetto all'epoca preindustriale è ormai largamente considerato inevitabile nei prossimi anni, date le attuali politiche e traiettorie di emissione. Anche nello scenario più ottimistico considerato dal rapporto, il riscaldamento raggiungerebbe un picco intorno a 1,8 °C.
Questo non significa che «abbiamo superato 1,5 °C a causa di El Niño».
E non significa nemmeno che un singolo anno sopra 1,5 °C equivalga automaticamente al superamento dell'obiettivo climatico di Parigi. La soglia riguarda il riscaldamento globale di lungo periodo, mentre gli anni singoli possono essere influenzati dalla variabilità naturale, proprio come quella associata a El Niño. Il 2024, per esempio, è stato il primo anno solare con una temperatura media globale superiore a 1,5 °C rispetto al periodo preindustriale, ma questo non significa che l'obiettivo di Parigi sia stato formalmente superato in quell'anno.
La distinzione è tutt'altro che accademica. Perché rischiamo altrimenti di trasformare un fenomeno naturale che amplifica temporaneamente il calore in un comodo capro espiatorio.
La vera novità del rapporto UNEP è infatti che sposta la domanda. Non dobbiamo chiederci soltanto se supereremo 1,5 °C. Dobbiamo chiederci quanto sopra quella soglia arriveremo, quanto tempo resteremo lì e quanto riusciremo a tornare indietro.
UNEP parla di un percorso di overshoot, peak and decline: superamento, picco, diminuzione e stabilizzazione. E sottolinea che ogni frazione di grado evitata e ogni anno in meno trascorso sopra 1,5 °C riducono i rischi per persone, ecosistemi ed economie.
È un passaggio concettuale importante: 1,5 °C non è un interruttore.
Non esiste un giorno in cui il pianeta passa da «sicuro» a «catastrofico». Esiste invece un sistema climatico nel quale i rischi aumentano progressivamente e, in molti casi, anche non linearmente, man mano che aumenta la temperatura e si prolunga l'esposizione.
E soprattutto, tornare eventualmente verso temperature più basse non significa tornare al mondo di prima. Alcuni ghiacciai, ecosistemi e forme di biodiversità possono subire perdite irreversibili; il livello del mare continuerà a crescere per secoli; società e territori dovranno adattarsi a condizioni che nel frattempo saranno diventate diverse.
Ecco perché l'idea dell'overshoot non dovrebbe produrre rassegnazione. Dovrebbe produrre urgenza.
Qui sta forse la parte più importante della storia.
El Niño non è qualcosa che possiamo «fermare». E nemmeno dobbiamo pensare al cambiamento climatico come a un fenomeno che possa essere gestito semplicemente aspettando che passi la prossima oscillazione naturale.
Quello che possiamo fare è ridurre il riscaldamento che stiamo aggiungendo al sistema e, contemporaneamente, prepararci alle conseguenze di quello che ormai non possiamo più evitare.
UNEP è molto chiaro su questo punto: mitigazione e adattamento non possono essere considerati due fasi successive. Devono procedere insieme. Ridurre rapidamente le emissioni serve a limitare il picco del riscaldamento; adattare città, infrastrutture, sistemi agricoli ed ecosistemi serve a ridurre i danni che quel riscaldamento produrrà.
E c'è un altro dettaglio che vale la pena non perdere di vista. Il rapporto UNEP considera anche la rimozione della CO₂ dall'atmosfera - attraverso tecnologie e soluzioni basate sulla natura, come il ripristino degli ecosistemi - come parte delle strategie necessarie per un eventuale ritorno sotto 1,5 °C. Ma chiarisce altrettanto nettamente che non può essere una sostituzione alla riduzione delle emissioni.
È una distinzione fondamentale: non possiamo continuare a emettere pensando che poi sarà sufficiente piantare alberi per cancellare il conto. Gli alberi possono contribuire. Gli ecosistemi possono contribuire. La rimozione del carbonio dovrà contribuire.
Ma prima viene la cosa più semplice e più difficile: smettere di aggiungere così tanto carbonio all'atmosfera.
Il prossimo El Niño potrebbe rendere il 2027 un anno eccezionalmente caldo. Potrebbe modificare precipitazioni e temperature a migliaia di chilometri dal Pacifico, aumentando in diverse regioni i rischi di siccità, alluvioni e calore estremo. E la sua intensità, da sola, non permette nemmeno di prevedere quanto saranno gravi gli effetti in ogni singolo Paese: entrano in gioco la stagione, la geografia e altri fattori climatici, compresi quelli dell'Oceano Indiano e dell'Atlantico.
Ma proprio per questo sarebbe un errore raccontare El Niño come la causa del problema.
El Niño è parte del clima. Il riscaldamento globale è il cambiamento del clima.
E oggi stiamo osservando una cosa molto più grande di un'anomalia del Pacifico: stiamo osservando un fenomeno naturale, antico quanto il sistema climatico stesso, mentre si muove dentro un mondo che abbiamo reso più caldo.
Non possiamo decidere se arriverà il prossimo El Niño. Possiamo però decidere quanto caldo sarà il pianeta quando arriverà.
E soprattutto possiamo decidere quanto a lungo permetteremo al riscaldamento di continuare a crescere.
Non è colpa di El Niño. Ed è proprio per questo che non possiamo usarlo come scusa.