Questo articolo fa parte di una serie dedicata alla lettura del nuovo Corporate Net-Zero Standard della Science Based Targets initiative (SBTi). Da oltre dieci anni, gli standard sviluppati da SBTi costituiscono il principale riferimento internazionale per le imprese che intendono definire obiettivi climatici allineati alla scienza. In questa serie analizziamo la Versione 2.0 non solo per comprenderne gli aspetti tecnici, ma anche per riflettere sul modo in cui sta cambiando il rapporto tra imprese e transizione climatica.
Episodio 1 - Perché nuovi standard?
Episodio 2 - Gli obiettivi
Episodio 3 - Il nuovo Scope 3
Qual è l'azione migliore per indirizzare una strategia climatica?
Ridurre le emissioni? Acquistare energia rinnovabile? Coinvolgere i fornitori? Investire in nuove tecnologie? Finanziare progetti di rimozione del carbonio o iniziative di conservazione della natura?
Il dibattito si è spesso sviluppato come se tutte queste azioni appartenessero allo stesso piano e fosse sufficiente scegliere quella più conveniente. La Versione 2.0 del Corporate Net-Zero Standard suggerisce invece che la domanda sia sbagliata.
La questione non è quale azione scegliere. È in quale ordine affrontarle.
Può sembrare una distinzione sottile, ma rappresenta una delle innovazioni concettuali più importanti introdotte da SBTi. La nuova Implementation Hierarchy non è semplicemente una sequenza operativa. È il principio attraverso cui lo standard stabilisce le priorità della transizione climatica e definisce che cosa significhi, oggi, intraprendere un percorso credibile verso il net zero.
Ma facciamo un passo indietro. Si è molto parlato di compensazioni, crediti di carbonio, elettrificazione, efficienza energetica, acquisti verdi, innovazione tecnologica. Ogni soluzione è stata spesso presentata come un'alternativa alle altre, alimentando un dibattito in cui le diverse opzioni sembravano competere tra loro.
La gerarchia introdotta dalla Versione 2.0 cambia completamente prospettiva.
Lo standard non sostiene che alcune azioni siano corrette e altre sbagliate. Sostiene che non tutte rispondono allo stesso problema e, proprio per questo, non possono essere considerate intercambiabili.
La prima responsabilità di un'azienda resta quella di intervenire sulle proprie emissioni, riducendole alla fonte attraverso cambiamenti nei processi produttivi, nell'efficienza energetica, nell'approvvigionamento, nella progettazione dei prodotti e nella gestione della catena del valore. Solo quando queste possibilità sono state perseguite con serietà e coerenza acquistano significato le azioni rivolte alle emissioni residue o quelle che producono benefici climatici al di fuori del perimetro aziendale.
Questa distinzione è fondamentale perché rompe una semplificazione che ha accompagnato il dibattito pubblico per molti anni. Si è spesso parlato di riduzione delle emissioni e compensazione come se fossero due modelli alternativi di azione climatica. La Versione 2.0 propone invece una lettura diversa. Le colloca all'interno di una stessa strategia, ma assegna loro ruoli differenti.
Ridurre le emissioni non può essere sostituito da interventi esterni.
Allo stesso tempo, gli interventi esterni non vengono considerati irrilevanti. Semplicemente rispondono a un'altra esigenza.
È qui che compare uno dei concetti più interessanti dell'intero documento: il Beyond Value Chain Mitigation (BVCM).
Con questa espressione SBTi indica tutte quelle azioni attraverso cui un'azienda contribuisce alla mitigazione del cambiamento climatico oltre i confini della propria catena del valore. Possono includere, ad esempio, interventi di protezione e ripristino degli ecosistemi, progetti di riforestazione e agroforestazione, iniziative di rimozione del carbonio o altre attività capaci di generare benefici climatici misurabili al di fuori delle emissioni direttamente attribuibili all'impresa.
Per anni queste iniziative sono state raccontate quasi esclusivamente attraverso il linguaggio della compensazione.
La Versione 2.0 prova a superare questa impostazione.
Lo standard riconosce esplicitamente che le aziende dovrebbero contribuire alla mitigazione climatica anche oltre la propria catena del valore. Ma introduce una condizione decisiva: questi interventi non possono sostituire gli sforzi necessari per ridurre le emissioni proprie. Devono rappresentare un contributo aggiuntivo, non una scorciatoia.
È una distinzione che può sembrare teorica, ma produce conseguenze molto concrete.
Per anni gran parte delle polemiche intorno alle soluzioni basate sulla natura è nata da un equivoco: attribuire a questi strumenti il compito di compensare ritardi nella decarbonizzazione aziendale. La Versione 2.0 separa chiaramente i due piani. Da una parte la responsabilità di ridurre il più possibile le emissioni lungo le proprie attività e la propria catena del valore. Dall'altra la responsabilità di sostenere, parallelamente, iniziative che accelerino la transizione climatica globale.
Questa impostazione modifica anche il significato delle Nature-based Solutions.
Progetti di agroforestazione, riforestazione o ripristino degli ecosistemi non vengono più letti soltanto come strumenti per bilanciare emissioni. Diventano parte di un contributo più ampio alla stabilità climatica, alla tutela della biodiversità, alla resilienza degli ecosistemi e al sostegno delle comunità coinvolte. Il loro valore non dipende dalla possibilità di evitare una riduzione delle emissioni interne all'azienda. Dipende dalla loro capacità di generare benefici climatici e ambientali aggiuntivi.
In questo senso, la Implementation Hierarchy non introduce soltanto un ordine operativo.
Introduce una diversa idea di responsabilità: ogni impresa è chiamata, innanzitutto, a intervenire su ciò che può cambiare direttamente. È questa la condizione che rende credibile qualsiasi strategia climatica. Solo successivamente entrano in gioco le azioni che contribuiscono alla mitigazione oltre il perimetro aziendale.
La leadership climatica non consiste nello scegliere uno strumento invece di un altro. Consiste nel comprendere che ogni azione ha un ruolo diverso e che una strategia credibile nasce dalla capacità di metterle nell'ordine corretto.
Nel prossimo articolo entreremo nel concetto probabilmente più innovativo e, allo stesso tempo, più discusso dell'intero standard: la Ongoing Emissions Responsibility. È qui che SBTi propone una domanda destinata a segnare il dibattito dei prossimi anni: che cosa significa essere responsabili delle emissioni che, almeno per ora, non siamo ancora in grado di eliminare?