Il giorno in cui gli USA si ritirano anche dal clima

gen 08, 2026 | scritto da:

Ieri la comunità internazionale ha ricevuta la notizia di una decisione senza precedenti (per quanto non certo inattesa): gli Stati Uniti d’America, con un ordine esecutivo firmato il 7 gennaio 2026, hanno avviato il ritiro del proprio Paese da 66 organizzazioni e trattati internazionali, tra cui la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e altri organismi chiave per la cooperazione climatica e scientifica globale.

La mossa rende gli Stati Uniti il primo Paese al mondo a uscire formalmente dall’UNFCCC, il trattato su cui si basa l’Accordo di Parigi del 2015, firmato da quasi tutti i Paesi del pianeta per ridurre le emissioni di gas serra e contenere il riscaldamento globale. Il ritiro, stando alle procedure interne, entrerà in vigore dopo circa un anno dalla notifica ufficiale.

Gli "interessi"

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La Casa Bianca ha motivato il ritiro con la necessità di allineare la propria partecipazione internazionale agli “interessi degli Stati Uniti”, sostenendo che molte agenzie e convenzioni siano “ridondanti, mal gestite o in contrasto con la sovranità nazionale”

Si tratta di una scelta coerente con la politica estera portata avanti dall’amministrazione statunitense negli ultimi anni: uscita dal Paris Agreement già nel 2025, tagli ai finanziamenti per agenzie Onu, sospensione di partecipazione a organismi come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’UNESCO, e un ruolo più aggressivo in molte aree di competizione geopolitica, in particolare con la Cina.

Ma la decisione di rimuovere il supporto anche a organi scientifici come l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), punto di riferimento globale per la valutazione delle evidenze sul clima, ha sollevato allarmi importanti tra scienziati, ambientalisti e ex diplomatici

Conseguenze attese

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Il ritiro statunitense dal trattato sul clima e dai principali organismi collegati ha effetti simbolici e materiali:

  • Perdita di leadership internazionale: gli Stati Uniti erano considerati un attore centrale per spingere gli altri Paesi verso obiettivi più ambiziosi; la loro uscita rischia di diluire il momentum delle azioni collettive.

  • Debolezza delle strutture multilaterali: l’UNFCCC e l’IPCC sono i pilastri delle negoziazioni internazionali sul clima. Senza il contributo e la partecipazione attiva di Washington, le dinamiche di cooperazione potrebbero indebolirsi e offrire spazi a politiche nazionali di disimpegno.

  • Effetti sulle politiche interne USA: senza un impegno formale in questi organismi, la scienza climatica potrebbe perdere rilevanza nelle decisioni politiche interne, consolidando approcci che negano o minimizzano gli impatti del riscaldamento globale.

Molti esperti sottolineano anche che una simile decisione può fungere da precedente negativo, dando ad altri Paesi un “alibi” per ritardare o smontare le proprie politiche climatiche.

Le conseguenze per "gli altri"

Se dobbiamo dirci la verità, le reali conseguenze di queste decisioni sono quelle che ricadranno - che di fatto già ricadono - sulle comunità più deboli, sugli abitanti meno fortunati dei paesi meno fortunati del globo. I più poveri, i meno protetti, i più dipendenti da un'agricoltura di sussistenza che già oggi espone milioni di persone al rischio di morire di fame, nel silenzio, nel 2026.

Il disinteresse verso la condizione dei più deboli è la cifra morale del nuovo ordine che si va disegnando. Un disinteresse che passa dal silenzio dei media, per allontanare ogni coscienza dal considerare le conseguenze reali di queste scelte.

Un disinteresse al quale cercheremo di opporre non solo il nostro lavoro, ma anche la nostra attenzione e la nostra capacità di racconto.

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Il dibattito internazionale sul clima

Questa svolta si iscrive in un momento in cui la governance climatica globale si trova in una fase di dismissione generalizzata degli impegni. Eppure fenomeni climatici estremi – ondate di calore, incendi, siccità, inondazioni – continuano ad aumentare in frequenza e intensità in tutto il mondo, con gli ultimi anni tra i più caldi mai registrati.

Dall’altra, le politiche pubbliche a sostegno della lotta al cambiamento climatico sono sotto pressione in diverse aree del pianeta, a causa di crisi economiche, conflitti geopolitici e pressioni politiche interne. Alcuni governi stanno frenando gli investimenti nelle rinnovabili o nelle normative di decarbonizzazione, preferendo approcci a breve termine che dicono di privilegiare crescita economica tradizionale o autosufficienza energetica.
Questa tensione tra urgenza scientifica e interessi politici di breve periodo è uno dei maggiori ostacoli alla governance climatica multilaterale.

Al di là delle frontiere, tuttavia, molte nazioni, città, regioni e aziende continuano – e in alcuni casi accelerano – i propri piani di riduzione delle emissioni. Associazioni civiche, coalizioni subnazionali e gruppi privati stanno cercando di colmare il vuoto lasciato da mancate politiche pubbliche centrali.

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Perché lavoriamo ancora di più

In questo scenario di disimpegno istituzionale, le azioni che lavorano sulla rigenerazione del territorio e sull’assorbimento naturale di carbonio acquistano ancor più valore. Piantare alberi non è solo un gesto simbolico: è uno dei modi più concreti per:

  • assorbire CO₂ dall’atmosfera, contribuendo alla mitigazione del riscaldamento globale;

  • rigenerare ecosistemi e biodiversità compromessi;

  • creare opportunità socio-economiche locali, soprattutto in aree rurali o svantaggiate;

  • coinvolgere comunità e giovani in pratiche di cura del pianeta.

In un mondo in cui le istituzioni globali vacillano o arretrano, l’azione dal basso diventa essenziale. La partecipazione di cittadini, imprese e organizzazioni alla piantumazione e alla gestione sostenibile del territorio rappresenta una forma di governance alternativa, fatta di responsabilità, cooperazione e visione a lungo termine.

A Treedom, continuiamo a piantare alberi con rinnovata convinzione: nonostante i passi indietro nelle politiche pubbliche, crediamo che la rigenerazione ambientale e sociale non sia un’opzione, ma una necessità urgente e praticabile. Oggi il nostro lavoro ha ancora più valore, perché dimostra che trasformare l’impegno climatico in azioni concrete è possibile, diffuso e già in corso, anche quando chi avrebbe più potere sceglie di ritirarsi.

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