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L’eredità di Edward O. Wilson e la natura dell’umanità

Scritto da Tommaso Ciuffoletti | Jan 4, 2022 2:30:45 PM

Sì, è stato uno scienziato la cui influenza è andata ben oltre l’ambito strettamente scientifico. E no, non è stato uno scienziato il cui lavoro è stato sempre accolto da consenso unanime. Ma è stata una figura di assoluto rilievo. La sua cifra più evidente è quella di un pensatore che ha unito l’analisi di complesse comunità animali, con la riflessione sulle basi biologiche dei comportamenti sociali (e non è un caso che la sua originale materia di studio siano state le formiche). 
Oggi l’eredità di Edward Osborne Wilson ci pone davanti ad una riflessione sullo spazio che, su questo pianeta, l’uomo è disposto a concedere alla natura. Accettando in primo luogo che l’uomo è esattamente parte di quella natura a cui deve concedere spazio (e forse così sarà più facile convincere la nostra specie riguardo a questa prospettiva!).

Dagli insetti alla sociobiologia

Edward Osborne Wilson è morto lo scorso 26 dicembre a 92 anni. Ha iniziato fin da giovanissimo ad interessarsi al mondo degli insetti, focalizzando la propria attenzione di ricercatore ad Harvard verso i criteri di classificazione delle diverse specie e le differenziazioni messe in atto da animali simili per adattarsi a contesti differenti. Questo campo di studi, lungi dall’incastrarlo in una mera analisi descrittiva, lo ha portato a riflettere sulle interazioni sociali degli insetti, la loro capacità adattiva di gruppo, tanto che nel 1975 ebbe a pubblicare il suo lavoro forse più celebre in assoluto “Sociobiology: The New Synthesis”. La base della teoria sociobiologica è che i comportamenti sociali animali sono il portato di un’eredità di tipo genetico, nel rispetto delle leggi dell'evoluzione. Se da un lato questa teoria gli valse il titolo di “nuovo Darwin” (e del resto lo stesso Wilson ebbe a dichiarare che “questa idea era stata formulata per la prima volta, in modo approssimativo, da Darwin” [1]), dall’altra gli valse aspre critiche anche da colleghi della sua stessa università [2].

Al netto delle polemiche, l’eco di quel lavoro portò una fama notevole a Wilson, rafforzata pochi anni dopo, quando uscì il libro “On human nature” [3] che gli valse il Pulitzer.

La metà della Terra

La storia di successi di Wilson è stata dunque pari a quella delle controversie che ha sollevato: notevole. Nel 1995 è stato nominato uno dei 25 americani più influenti dalla rivista Time e nel 2000 uno dei 100 ambientalisti più importanti del secolo sia da Time, sia dalla rivista Audubon. Nel 2005, Foreign Policy lo ha nominato uno dei 100 intellettuali più importanti del mondo [4]. 

Il suo lavoro più recente ha proseguito questa scia di successi e ha ribadito per l’ennesima volta la capacità di E. O. Wilson di intervenire nel dibattito pubblico con tesi e proposte radicali, avendo la forza di argomentarle oltre la mera provocazione. Il libro “Half Earth”, uscito nel 2016 è stato subito accolto da una vasta eco mediatica, dato che la tesi di cui si faceva portatore era una proposta politica forte e come al solito molto netta: destinare metà del pianeta alla natura, lasciandole lo spazio necessario per potersi conservare e rigenerare. Al libro si è accompagnato un progetto che cerca di tradurre in pratica quell’idea: https://www.half-earthproject.org/. Tuttavia anche in quel caso la proposta di Wilson non ha evitato di ricevere critiche, alcune delle quali senza dubbio fondate. Per darne un esempio ho scelto un passaggio dalla recensione che al libro è stata dedicata dalla rivista Kirkus.

“Sebbene indubbiamente ben informato sulla natura del problema - e su questo va detto che il libro presenta un’argomentazione molto puntuale, relativa al tasso di estinzione di specie animali che l’uomo sta imponendo al pianeta ndr -, l'autore è confuso sulla soluzione. Nelle pagine finali, aggira la questione di come dobbiamo mettere da parte il 50% del pianeta, facendo invece riflessioni sull'innovazione tecnologica e la crescita economica intensiva che alterano intrinsecamente il comportamento degli individui e cambiano il mondo”.

 

L’eredità di E.O. Wilson

Proprio pochi giorni prima della scomparsa di E. O. Wilson un team di 16 scienziati operanti in università che vanno dagli USA alla Svezia, passando per Olanda, Australia e UK, ha ripreso quello spunto di Wilson ed ha provato ad interpretarlo in una chiave che dà un contributo importante a muovere il dibattito verso nuovi orizzonti, anche di pratiche e di politiche possibili. Il lavoro è stato pubblicato il 18 novembre 2021 su “Frontiers in Conservation Science” [6] ed ha un titolo che è già un intento programmatico chiaro “Protecting Half the Planet and Transforming Human Systems Are Complementary Goals” [7].

Lo riassumo per punti, invitandovi a leggerlo per intero.

  • Il concetto che E.O. Wilson intendeva esprimere con “Half nature” è stato spesso rivenduto con l’espressione “nature needs half” (“la natura ha bisogno di metà” del pianeta) il che dà l’idea che umanità e natura siano due elementi in conflitto: non è così. L’umanità deve pensare se stessa come parte della natura. Proteggere la biodiversità e il benessere degli esseri umani sono la stessa identica cosa.
  • Per proteggere la natura è decisivo coinvolgere le comunità indigene. Cito direttamente “le politiche di conservazione ambientale devono essere programmate ed implementate in collaborazione con le popolazioni indigene e le comunità locali”.
  • La popolazione mondiale ha tassi di crescita che rappresentano una sfida per le risorse di questo pianeta e la convivenza con altre specie. Tuttavia, se davvero ci si pone come obiettivo una riduzione di quei tassi di crescita demografica, non esiste altra via che quella di migliorare la condizione femminile ed espandere e rafforzare i diritti delle donne.
  • L’obiettivo è quello di un mondo più equilibrato. Un mondo più giusto. Capace di ribilanciare gli squilibri che l’umanità sta imponendo al pianeta e, di fatto, a se stessa.

Un mondo più verde è un mondo più giusto

Un mondo più verde è un mondo più giusto è stato il claim della campagna che come Treedom abbiamo lanciato in occasione del World Environment Day 2021 ed è un concetto alla base del Manifesto che abbiamo pubblicato proprio quest’anno per mettere a fuoco il nostro impegno e dargli un senso più ampio.
Così scrivevamo:

“ .. a Treedom abbiamo cercato di costruire una campagna che desse la nostra interpretazione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, partendo da un assunto: l’ambiente siamo noi.La visione che inquadrava l’essere umano da una parte e la “natura” dall’altra, è stata ormai sostituita da quella che vede l’uomo come attore responsabile dell’ambiente che abita. I suoi bisogni e le sue aspirazioni non vengono negate, ma devono essere “sostenibili”. Devono, in altre parole, essere compatibili con la prospettiva di un mondo ricco di vita per gli anni e le generazioni a venire”.

In conclusione

La scomparsa di Edward Osborne Wilson priva il mondo intero di una voce che ha saputo essere stimolo, proposta, analisi, provocazione, sfida. Tenere viva quell’eredità - che un po’ sentiamo anche nostra - significa mantenere l’impegno verso quella sfida.

Cover photo by Jim Harrison - PLoS, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4146822