Le decisioni non si fermano ai confini. Nemmeno la nostra responsabilità.
L’amministrazione Trump ha smantellato programmi di cooperazione internazionale e avviato il ritiro degli Stati Uniti da organismi fondamentali per la cooperazione climatica. Le conseguenze di queste scelte riguardano anche chi vive lontano dagli Stati Uniti e non ha alcuna possibilità di influenzarle attraverso il voto.
Per questo, in occasione delle elezioni di midterm, abbiamo deciso di piantare 470 alberi e scrivere ai nuovi membri del Congresso americano. Per ricordare loro che un albero piantato anche dall’altra parte del mondo può fare del bene a tutti, persino a chi non lo ha piantato.
Un albero piantato in Kenya, in Guatemala o in Nepal può contribuire alla rigenerazione di un ecosistema, assorbire CO₂ e sostenere il lavoro delle comunità agricole che se ne prendono cura. I benefici di quell’albero non dipendono dalle convinzioni politiche di chi ne usufruirà, né si fermano ai confini del Paese in cui è stato piantato.
È una considerazione semplice, ma importante: molte delle questioni ambientali e sociali che riguardano il nostro futuro non possono essere affrontate entro i confini di un singolo Stato. E le decisioni di chi governa le grandi potenze possono incidere profondamente sulle condizioni di vita di persone che non hanno partecipato a quelle decisioni e non possono votare per cambiarle.
Da qui nasce Make Earth Great Again, la campagna che abbiamo lanciato in vista delle elezioni di midterm statunitensi del 3 novembre 2026. Non sosteniamo un candidato o un partito. Vogliamo richiamare l’attenzione sulle conseguenze globali delle scelte politiche in materia di ambiente, clima e cooperazione internazionale. E ricordare che, anche quando non possiamo votare, possiamo trovare altri modi per farci sentire.
CLICCA PER SCOPRIRE LA CAMPAGNA
Negli ultimi anni, e in particolare con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno intrapreso una serie di scelte che hanno ridimensionato il loro impegno nella cooperazione internazionale e nella lotta al cambiamento climatico. Non si tratta soltanto di cambiamenti nella politica interna americana: per il peso economico, diplomatico e scientifico degli Stati Uniti, queste decisioni possono produrre conseguenze enormi e tragiche a livello globale.
Sul nostro blog abbiamo raccontato due aspetti di questa trasformazione. Nel reportage La fine degli aiuti USA. Condannare a morte milioni, nel silenzio abbiamo approfondito lo smantellamento di USAID, l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, avviato dalla seconda amministrazione Trump. In Il giorno in cui gli USA si ritirano anche dal clima abbiamo invece affrontato il disimpegno americano dagli strumenti internazionali di cooperazione climatica.
Il caso di USAID rende particolarmente evidente la portata umana di queste decisioni. Uno studio pubblicato nel 2025 su The Lancet ha stimato che, tra il 2001 e il 2021, i programmi finanziati dall’agenzia abbiano contribuito a evitare oltre 91 milioni di morti in 133 Paesi a basso e medio reddito, circa 30 milioni delle quali riguardavano bambini sotto i cinque anni.
Lo stesso studio ha modellizzato gli effetti dei drastici tagli ai finanziamenti annunciati e attuati nel 2025. Se questi tagli dovessero proseguire, entro il 2030 potrebbero provocare oltre 14 milioni di morti aggiuntive, tra cui circa 4,5 milioni di bambini sotto i cinque anni. Si tratta di proiezioni scientifiche, non di morti già avvenute: descrivono il rischio associato alla prosecuzione dei tagli, non un bilancio di vittime già accertate. Ma la portata delle conseguenze previste è inequivocabile.
Dietro queste cifre ci sono programmi sanitari, interventi contro HIV/AIDS, malaria e tubercolosi, sostegno alla nutrizione, all’assistenza materna e infantile e alla sicurezza alimentare. Gli autori dello studio stimano che i finanziamenti USAID siano stati associati, nel periodo analizzato, a una riduzione del 65% della mortalità da HIV/AIDS, del 51% di quella da malaria e del 50% di quella da malattie tropicali neglette.
Interrompere quei finanziamenti significa rischiare di invertire progressi sanitari costruiti in decenni, con un costo umano che ricadrebbe soprattutto sulle popolazioni più vulnerabili. Non stiamo quindi parlando soltanto della chiusura di un’agenzia o della cancellazione di programmi. Stiamo parlando di una scelta politica che, secondo le stime pubblicate su una delle più autorevoli riviste mediche internazionali, potrebbe costare la vita a milioni di persone.
Il disimpegno sul fronte climatico solleva una questione analoga, seppure con dinamiche diverse. Il cambiamento climatico non si arresta ai confini nazionali: le emissioni, il riscaldamento degli oceani, gli eventi meteorologici estremi e il degrado degli ecosistemi hanno effetti che si propagano su scala globale. La partecipazione degli Stati Uniti agli accordi e agli organismi internazionali conta proprio perché si tratta di una delle maggiori economie del mondo e di un attore decisivo nelle politiche energetiche e climatiche.
È questo il punto che ci interessa sottolineare: le decisioni politiche hanno conseguenze che vanno ben oltre il perimetro di chi le prende e di chi le sostiene, specie quando a prenderle è una potenza come gli Stati Uniti, il cui peso economico, politico e diplomatico influenza gli equilibri globali. Quando Washington riduce gli aiuti internazionali o si ritira dagli strumenti di cooperazione climatica, gli effetti non riguardano soltanto i cittadini americani: raggiungono comunità, istituzioni e territori in tutto il mondo. E quando queste decisioni riguardano il clima, gli ecosistemi o l’accesso a risorse essenziali, nessun confine nazionale può davvero contenerne le conseguenze.
Il 3 novembre 2026, negli Stati Uniti si terranno le elezioni di midterm, un appuntamento elettorale che si svolge a metà del mandato presidenziale e che può modificare gli equilibri politici del Congresso. Quest’anno saranno in palio tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato: 470 seggi in tutto.
Per chi vive fuori dagli Stati Uniti, queste elezioni pongono una questione concreta. Non possiamo partecipare al voto, ma le decisioni del Congresso americano possono incidere anche sulle nostre vite, sul futuro delle comunità più esposte alle conseguenze del cambiamento climatico e sulla disponibilità di risorse destinate alla cooperazione internazionale.
Così nasce l’idea di Make Earth Great Again: trasformare un appuntamento politico americano in un’occasione per portare un messaggio che non appartiene a un partito, ma riguarda tutti.
Il nostro obiettivo è piantare almeno 470 alberi, uno per ogni seggio in palio. Se raggiungeremo questo traguardo, invieremo una lettera a ciascuno dei nuovi membri del Congresso eletti, per ricordare loro che le decisioni che prenderanno avranno conseguenze anche al di fuori dei confini degli Stati Uniti.
Non vogliamo dire agli elettori americani per chi votare, né indicare un’unica soluzione politica a questioni complesse. Vogliamo invece richiamare l’attenzione su una responsabilità condivisa: chi ricopre un incarico pubblico, soprattutto in un Paese con un’influenza così rilevante sugli equilibri globali, dovrebbe considerare anche gli effetti internazionali delle proprie scelte.
Piantare un albero non risolve da solo la crisi climatica, non sostituisce le politiche pubbliche e non compensa automaticamente le conseguenze di decisioni sbagliate. Ma, quando è inserito in un progetto di agroforestazione seguito nel tempo, può contribuire alla rigenerazione del territorio, sostenere la biodiversità, favorire la conservazione del suolo e affiancare le attività agricole delle comunità locali.
È su questo tipo di intervento concreto che si fonda il nostro lavoro. I benefici possono essere condivisi da persone che vivono in luoghi diversi, hanno storie differenti e non necessariamente concordano sulle scelte politiche da compiere.
Per questo abbiamo deciso di piantare un albero per ciascuno dei 470 seggi in palio, senza distinguere tra partiti, orientamenti o candidati. La campagna non è un endorsement elettorale: è un modo per affermare che la responsabilità ambientale e le conseguenze delle decisioni pubbliche meritano di essere valutate anche dal punto di vista di chi ne subirà gli effetti lontano dai luoghi in cui vengono prese.
La lettera che invieremo ai nuovi rappresentanti del Congresso esprime proprio questo concetto. Non chiederemo loro di essere d’accordo con noi su tutto. Chiederemo di considerare la dimensione globale delle decisioni che prenderanno, perché il clima, gli ecosistemi e le condizioni di vita delle persone non sono questioni che si possano circoscrivere a una singola legislatura o a un singolo Paese.
E la lettera si chiuderà con una frase semplice: «Dopotutto, abbiamo piantato un albero anche per lei».
Non è una provocazione personale. È il senso stesso dell’iniziativa: un albero può generare benefici che non appartengono esclusivamente a chi lo ha acquistato o a chi ne ha sostenuto la piantumazione. Può contribuire a un progetto di rigenerazione ambientale e sostenere le persone che lo coltivano, indipendentemente dalle idee politiche di chi, in altri luoghi, potrà beneficiarne.
Make Earth Great Again nasce dalla convinzione che le questioni ambientali non possano essere separate dalle scelte politiche e dalle responsabilità di chi governa. E che, quando quelle scelte producono conseguenze globali, anche le risposte possano e debbano superare i confini nazionali.
Non possiamo votare alle elezioni americane. Possiamo però partecipare a un’iniziativa che mette al centro gli effetti delle decisioni pubbliche sul pianeta e sulle persone. Possiamo contribuire a piantare 470 alberi e, se raggiungeremo l’obiettivo, far arrivare il nostro messaggio ai nuovi rappresentanti del Congresso.
La campagna non pretende che un gesto individuale possa sostituire le politiche necessarie per affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Vuole ricordare, piuttosto, che esistono azioni concrete con cui sostenere la rigenerazione ambientale e prendere posizione sul ruolo che la politica ha nel determinarne le condizioni.
Un albero piantato dall’altra parte del mondo può contribuire a un bene condiviso. Per questo ne pianteremo uno anche per chi prende decisioni che non possiamo influenzare direttamente. Il pianeta è lo stesso per tutti. E abbiamo piantato un albero anche per lei.
Questo il testo della lettera che invieremo.
Gentile rappresentante,
congratulazioni per la sua elezione al Congresso degli Stati Uniti.
Le scriviamo dall'Italia. Forse non siamo tra i suoi elettori e forse non condividiamo le sue idee politiche. Ma c'è qualcosa che condividiamo certamente: il pianeta che tutti chiamiamo casa.
Le decisioni che lei e gli altri membri del Congresso prenderete in materia di clima e ambiente avranno conseguenze ben oltre i confini degli Stati Uniti. Riguarderanno persone, ecosistemi e comunità in tutto il mondo, compresi noi. E questo significa che, anche se non possiamo votare per lei, abbiamo comunque una ragione per far sentire la nostra voce.
Per questo, in occasione delle recenti elezioni di midterm, ci siamo posti un obiettivo: piantare almeno 470 alberi, uno per ogni seggio del Congresso in palio, e anche qualcuno in più.
Questi alberi sono molto più di un gesto simbolico. Vengono piantati attraverso progetti che sostengono le comunità locali e le famiglie di agricoltori. Crescendo, contribuiranno a ripristinare gli ecosistemi e ad assorbire CO₂ dall'atmosfera. I loro benefici non si fermeranno ai confini dei Paesi in cui vengono piantati: arriveranno a tutti noi. Anche a lei.
Abbiamo piantato questi alberi per trasmettere un messaggio semplice: le conseguenze delle nostre azioni non si fermano ai confini che tracciamo sulle mappe. E nemmeno dovrebbe fermarsi il nostro senso di responsabilità.
Non le chiediamo di essere d'accordo con noi su tutto. Vogliamo soltanto ricordarle che, quando si parla del futuro del pianeta, siamo tutti dalla stessa parte, che ce ne rendiamo conto oppure no.
Perciò, mentre si prepara a iniziare il suo mandato, speriamo che tenga a mente anche le persone che vivono al di fuori del suo elettorato, ma che condivideranno le conseguenze delle sue decisioni.
Dopotutto, abbiamo piantato un albero anche per lei.
Ci auguriamo che le faccia bene.
E speriamo che lei contribuisca a fare in modo che faccia bene anche alle generazioni future.
Un cordiale saluto,
Il team Treedom
Make Earth Great Again