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Misurare la vita: la promessa (e il limite) di "contare" la biodiversità
mag 05, 2026 | scritto da: Tommaso Ciuffoletti
Abstract
Negli ultimi anni, la biodiversità è entrata al centro delle politiche europee e dei modelli economici, ma resta un problema difficile da afferrare: come si misura qualcosa di così complesso, dinamico e interconnesso? Questo articolo mette a confronto due approcci emergenti. Da un lato, il tentativo di costruire indicatori solidi e operativi per guidare politiche come la Politica Agricola Comune (CAP), traducendo la biodiversità in metriche misurabili. Dall’altro, una visione più sistemica che ne evidenzia i limiti, sottolineando la frammentazione dei dati e la difficoltà di catturare le interazioni tra pressioni ambientali. Ne emerge una tensione cruciale: abbiamo bisogno di misurare per agire, ma ogni misura rischia di semplificare ciò che dovrebbe descrivere. In questo spazio si gioca il futuro delle politiche ambientali.
Intro: Il paradosso della biodiversità
C’è un paradosso che attraversa tutte le politiche ambientali contemporanee: la biodiversità è ovunque evocata, ma raramente davvero compresa.
Negli ultimi anni, la sua centralità è cresciuta in modo evidente, sia nella ricerca sia nelle policy. Eppure, come osservano Zhou et al. (2026), resta ancora “la meno compresa e la meno integrata nei processi decisionali” . È una presenza costante nel linguaggio pubblico, ma ancora sfuggente quando si tratta di trasformarla in azione concreta.
La domanda, a questo punto, diventa inevitabile: come si misura la biodiversità in modo utile per decidere?
Il bisogno di indicatori

Una prima risposta arriva da un filone di ricerca molto concreto, legato all’evoluzione delle politiche europee. In particolare, il lavoro sugli indicatori di biodiversità agricola nasce da una necessità precisa: rendere la biodiversità parte integrante della Politica Agricola Comune, non più come principio astratto ma come variabile operativa.
Un recente studio pubblicato su Ecological Indicators (2026) si muove esattamente in questa direzione. Attraverso una revisione ampia della letteratura, gli autori selezionano e valutano oltre un centinaio di indicatori, con un obiettivo chiaro: capire quali possano davvero funzionare all’interno delle policy.
Il passaggio chiave è metodologico. Gli indicatori devono essere, allo stesso tempo, ecologicamente solidi e politicamente utilizzabili. Per questo vengono messi in dialogo due mondi che raramente si parlano davvero: da una parte le Essential Biodiversity Variables, che garantiscono coerenza scientifica; dall’altra il framework RACER della Commissione Europea, che misura la capacità di un indicatore di essere rilevante, affidabile e applicabile.
Da questo incrocio emergono strumenti che cercano di tradurre la biodiversità in qualcosa di osservabile e confrontabile: dati satellitari sulla vegetazione, analisi del DNA del suolo, monitoraggi acustici degli uccelli, tecniche di metabarcoding per gli insetti. È un salto importante, perché rende possibile ciò che fino a poco tempo fa era difficile: integrare la biodiversità nei meccanismi di valutazione delle politiche pubbliche.
In altre parole, trasformarla in qualcosa che si può misurare — e quindi governare.
Il compromesso inevitabile
Ma è proprio qui che emerge il primo nodo.
Ogni indicatore è una semplificazione. E ogni semplificazione implica una perdita. Gli strumenti più facili da applicare, come quelli basati su dati satellitari, permettono una copertura ampia e continua, ma spesso funzionano come proxy: non misurano direttamente la biodiversità, ma ne catturano solo alcune dimensioni. Al contrario, metodi più sofisticati come l’analisi del DNA ambientale offrono un livello di dettaglio molto più profondo, ma sono costosi, complessi e difficili da scalare.
Questo squilibrio non è un problema tecnico secondario, ma una caratteristica strutturale. Lo studio lo riconosce chiaramente: non esiste un indicatore perfetto, ma solo combinazioni possibili, ciascuna con i propri limiti.
Ed è qui che si intravede una prima tensione: la biodiversità non è difficile da proteggere solo perché è complessa, ma perché è difficile da rappresentare in modo affidabile.
La crepa nel sistema
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Se il primo filone prova a costruire strumenti sempre più efficaci, un secondo filone — più recente e più radicale — mette in discussione il quadro complessivo.
Nel paper Towards a unified framework for biodiversity action in the Triple Planetary Crisis (Zhou et al., 2026) , il problema viene spostato di livello. Non si tratta più solo di migliorare gli indicatori, ma di interrogarsi sul sistema che dovrebbe sostenerli.
Secondo gli autori, il monitoraggio della biodiversità soffre di una frammentazione profonda. I dati sulle specie e quelli sulle pressioni ambientali - come inquinamento, cambiamenti climatici o uso del suolo - sono spesso raccolti separatamente, con scale temporali e spaziali diverse. Le discipline scientifiche che li studiano operano ancora in gran parte in modo indipendente. E soprattutto, i modelli disponibili faticano a catturare le interazioni tra questi fattori.
Questo punto è decisivo. La biodiversità non è il risultato di una singola causa, ma di una rete di pressioni che si sovrappongono e si amplificano. Ridurla a un insieme di indicatori rischia di perdere proprio ciò che la definisce: la sua natura sistemica.
Quando la misura non basta
A questo punto il paradosso si fa più evidente.
Da un lato, la ricerca sugli indicatori mostra progressi reali e necessari. Dall’altro, cresce la consapevolezza che la biodiversità potrebbe non essere completamente traducibile in metriche semplici.
Zhou et al. evidenziano tre limiti ricorrenti: il disallineamento tra dati biologici e ambientali, la mancanza di metriche condivise realmente rappresentative e, forse il punto più critico, la scarsa capacità predittiva dei modelli attuali. Non sappiamo solo cosa sta accadendo: facciamo fatica a capire cosa accadrà.
Questo sposta il problema. Non si tratta più soltanto di misurare meglio, ma di comprendere meglio.
La biodiversità come sistema
In questa prospettiva, cambia anche il modo di definire la biodiversità.
Non è più solo una questione di quantità - quante specie, quanta abbondanza - ma di relazioni. Di interazioni tra specie, di stabilità degli ecosistemi, di capacità di adattamento. In altre parole, di resilienza.
Questo implica un cambio di paradigma: passare da una visione statica a una dinamica. Non basta fotografare lo stato di un ecosistema, bisogna capire come evolve nel tempo e come reagisce alle pressioni.
È qui che entrano in gioco nuovi strumenti, che cercano di integrare dati diversi e di leggere la biodiversità come un sistema complesso. Non più solo indicatori isolati, ma reti, modelli, correlazioni.
Uno degli sviluppi più interessanti riguarda l’integrazione tra modelli ecologici tradizionali e tecniche di intelligenza artificiale. L’idea è combinare la solidità teorica dei primi con la capacità dei secondi di individuare pattern complessi nei dati.
Questo approccio ibrido apre una possibilità nuova: non solo descrivere il presente, ma anticipare il futuro. La biodiversità diventa così non solo qualcosa da monitorare, ma qualcosa da prevedere.
È un passaggio importante, perché sposta il focus dalla reazione all’anticipazione.
Il nodo politico: misurare per decidere
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A questo punto, la questione torna inevitabilmente politica.
Integrare la biodiversità nei sistemi decisionali significa inserirla nei modelli economici, nei sistemi di reporting, nelle strategie aziendali. Significa, in sostanza, renderla parte del linguaggio con cui si prendono le decisioni.
Ma questo passaggio è delicato. Se gli indicatori sono fragili o incompleti, il rischio è quello di costruire decisioni su basi parziali. Nei casi peggiori, questo può tradursi in pratiche di greenwashing, dove la misura diventa più uno strumento di legittimazione che di comprensione.
Mettendo insieme questi due filoni emerge una tensione che non può essere eliminata.
Senza indicatori, la biodiversità resta fuori dai processi decisionali. Ma ogni indicatore, inevitabilmente, semplifica.
La sfida non è scegliere tra complessità e semplicità, ma costruire strumenti capaci di stare in mezzo. Strumenti che permettano di agire senza pretendere di esaurire la realtà che descrivono.
Imparare a misurare
La biodiversità mette in crisi il nostro modo di conoscere. Ci costringe a confrontarci con qualcosa che deve essere misurato per essere governato, ma che non può essere completamente ridotto a misura.
Forse la sfida non è trovare l’indicatore perfetto. È imparare a usare gli indicatori senza confonderli con la realtà. Non come strumenti per esaurire la complessità, descrivendola in ogni dettaglio, ma come strumenti per orientarsi dentro di essa (anche una vicenda simile, come quella del calcolo dell'Overshoot Day, fa i conti con le stesse approssimazioni, ma mantiene la sua capacità di fornire indicazioni importanti).
In questo spazio — tra ciò che possiamo misurare e ciò che inevitabilmente ci sfugge — si gioca qualcosa di più profondo: il modo in cui scegliamo di abitare il rapporto tra economia, natura e futuro.
Riferimenti bibliografici
- Zhou, J. et al. (2026). Towards a unified framework for biodiversity action in the Triple Planetary Crisis. Environment International, 210, 110205.
- [Autori vari] (2026). Farmland biodiversity indicators for CAP monitoring and evaluation. Ecological Indicators.
- Pereira, H. M. et al. (2013). Essential Biodiversity Variables. Science.
- OECD (2003). Agriculture and Biodiversity: Developing Indicators for Policy Analysis.
- IPBES (2019). Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services.
- Dasgupta, P. (2021). The Economics of Biodiversity: The Dasgupta Review.

