Ogni anno succede la stessa cosa. Arriva l'Earth Overshoot Day - quest'anno sarà il 30 di luglio - e, puntualmente, si riapre il dibattito. C'è chi lo condivide come fosse una sentenza definitiva sul destino del pianeta e chi, al contrario, lo liquida come una costruzione arbitraria: una data simbolica, basata su modelli, stime e inevitabili approssimazioni. In un certo senso, hanno ragione entrambi. L'Overshoot Day è una stima.
Non esiste un contatore nascosto nel cuore della Terra che, allo scoccare della mezzanotte del 30 luglio, segnala che abbiamo esaurito le risorse disponibili per l'anno. Quella data nasce da dati, modelli, convenzioni statistiche. Cambia leggermente negli anni, si aggiorna quando migliorano le informazioni disponibili e, come ogni indicatore complesso, porta con sé margini di incertezza.
La domanda interessante, però, è un'altra. Se una misura non è perfetta, smette davvero di essere utile?
Negli ultimi anni abbiamo dedicato diversi articoli all'Overshoot Day. Abbiamo raccontato cosa rappresenta, come viene calcolato e perché non dovrebbe essere interpretato come una profezia, ma come uno strumento per riflettere sul rapporto tra la nostra domanda di risorse e la capacità della Terra di rigenerarle. Allo stesso modo, parlando di biodiversità, ci siamo chiesti cosa significhi davvero misurare la vita. Possiamo contare le specie, stimare gli ecosistemi, costruire indicatori sempre più sofisticati. Ma la natura rimane infinitamente più complessa delle metriche con cui proviamo a descriverla.
Questa tensione tra complessità e semplificazione non è un difetto della sostenibilità. È una caratteristica di ogni tentativo umano di comprendere il mondo.
Pensiamo al Prodotto interno lordo. Nessun economista sostiene che il PIL racconti tutto ciò che rende prospera una società. Non misura la felicità, la qualità delle relazioni, la salute degli ecosistemi, il tempo libero o la distribuzione della ricchezza. Eppure continuiamo a utilizzarlo perché descrive una parte importante della realtà e, soprattutto, permette confronti nel tempo e tra Paesi diversi.
Lo stesso vale per l'inflazione. Ognuno di noi potrebbe dire che il proprio costo della vita cresce in modo diverso rispetto a quello raccontato dalle statistiche ufficiali. È vero. L'indice dei prezzi è costruito su un paniere che non coincide perfettamente con le abitudini di nessuno. Eppure resta uno strumento indispensabile per capire come evolve un'economia e per prendere decisioni pubbliche e private.
Perfino il Body Mass Index, il celebre BMI, è stato criticato per i suoi limiti. Non distingue tra massa muscolare e massa grassa, può risultare poco rappresentativo per alcune categorie di persone e non pretende di descrivere lo stato di salute di ogni individuo. Tuttavia continua a essere uno degli strumenti più utilizzati nella ricerca epidemiologica perché, osservando milioni di persone, riesce a raccontare fenomeni collettivi con ragionevole efficacia.
Anche l'aspettativa di vita segue la stessa logica. Nessuno immagina che ogni persona vivrà esattamente il numero di anni indicato dalle statistiche. Eppure quell'indicatore è tra i più efficaci per raccontare il livello di sviluppo, di salute e di benessere di una società.
Ogni volta accettiamo una semplificazione. Non perché ignoriamo i suoi limiti, ma perché comprendiamo il valore della domanda che quella misura ci aiuta a porre e la riflessione a cui ci invita.
La sostenibilità vive una difficoltà ulteriore. Gran parte dei fenomeni che cerca di descrivere sono invisibili ai nostri occhi. Non vediamo accumularsi la CO₂ nell'atmosfera. Non osserviamo, giorno dopo giorno, la perdita di fertilità di un suolo o la progressiva erosione della biodiversità. Gli effetti si manifestano lentamente, distribuiti nello spazio e nel tempo, mentre la nostra esperienza quotidiana è costruita su ciò che accade qui e ora.
Per questo abbiamo bisogno di indicatori. Non perché siano perfetti, ma perché rendono percepibile ciò che altrimenti rimarrebbe astratto.
La CO₂ equivalente, ad esempio, è una straordinaria semplificazione. Riduce processi chimici, biologici ed economici estremamente complessi a una metrica comune. Naturalmente non racconta tutto. Non descrive la biodiversità, non misura la qualità dell'acqua, non rappresenta il valore culturale di un bosco o la resilienza di un territorio. Ma proprio grazie a quella semplificazione possiamo confrontare attività diverse, definire obiettivi condivisi e valutare se ci stiamo muovendo nella direzione giusta.
L'Earth Overshoot Day svolge una funzione analoga. Non pretende di dirci il giorno esatto in cui "la Terra finisce". Ci invita, piuttosto, a visualizzare un disequilibrio che sarebbe altrimenti difficile perfino immaginare. Trasforma un concetto complesso - il rapporto tra la capacità rigenerativa del pianeta e il nostro consumo di risorse - in un'immagine immediata, capace di generare una domanda semplice: cosa significa vivere come se avessimo a disposizione più di un pianeta?
Naturalmente nessun indicatore dovrebbe diventare un dogma. La scienza non funziona così. I modelli si affinano, i dati migliorano, le metodologie cambiano. È giusto discutere come vengono costruite queste misure, criticarne i limiti e cercare strumenti sempre migliori.
Ma c'è una differenza sostanziale tra discutere una metrica e usarne l'imperfezione per ignorare il problema che cerca di descrivere. Confondere le due cose significherebbe rinunciare a uno degli strumenti più preziosi che abbiamo: la possibilità di rendere visibile il nostro impatto sul mondo.
Forse, allora, il valore dell'Overshoot Day non sta tanto nella precisione della sua data, quanto nella domanda che continua a rivolgerci ogni anno. Le nostre misure saranno sempre approssimazioni della realtà. La realtà, per fortuna o purtroppo, è infinitamente più complessa di qualsiasi numero.
Ma senza quei numeri rischieremmo qualcosa di ancora peggiore: convincerci che ciò che non sappiamo misurare non esista affatto.
E la sostenibilità, in fondo, nasce proprio da qui. Dalla capacità di dare un nome, una forma e perfino un numero a impatti che, per secoli, sono rimasti invisibili. Non perché i numeri bastino a raccontare il mondo, ma perché spesso sono il primo passo per imparare a guardarlo.