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REPORTAGE | La fine degli aiuti USA. Condannare a morte milioni, nel silenzio

Scritto da Tommaso Ciuffoletti | Jul 14, 2026 10:47:19 AM

Premessa.
Sono nato nel 1979, in Italia. Quando ero bambino, mia madre, per spronarmi a mangiare, mi diceva spesso che c'erano tanti bambini che avrebbero voluto avere nel piatto quel che io bizzosamente rifiutavo, facendo leva sul mio senso di colpa per quel che capivo essere un privilegio che non a tutti toccava. Allo stesso tempo si sedimentava in me questa immagine archetipica del "bambino africano" che non aveva da mangiare. E siccome ero un bambino piuttosto sensibile, mi ricordo ancora le campagne politiche e mediatiche contro lo "sterminio per fame" in quello che allora si chiamava "terzo mondo", contrapposto all'opulenza del nostro "primo mondo". Ricordo il supporto del Papa e del Vaticano per imporre questo tema nell'agenda internazionale, ricordo le raccolte fondi, i concerti. Era un tema che anche io riuscivo a cogliere.

Ma nonostante gli sforzi di mia madre rimanevo un bambino molto magro. E ricordo che diverse volte mi sentivo dire "sembri un bambino del Biafra". Io non sapevo nemmeno cosa fosse o dove si trovasse il Biafra, ma collegavo subito quella parola a delle immagini terribili, di bambini che a differenza mia non erano magri, ma stavano morendo di fame.
Perché già prima che io nascessi, fu proprio quella drammatica carestia - causata dal blocco imposto dal governo nigeriano durante la guerra civile (1967-1970) ai territori sud-orientali del paese - a fissarsi nell'immaginario collettivo occidentale. Si trattava infatti del primo grande disastro umanitario a essere ampiamente documentato e trasmesso in televisione a livello globale. Le immagini dei bambini con arti scheletrici e pancia gonfia, simbolo della denutrizione, sconvolsero l'opinione pubblica mondiale e generarono una vasta mobilitazione internazionale di aiuti e volontari.

Crescendo, quelle immagini non sono scomparse. Hanno però iniziato ad accompagnarsi a un altro racconto: quello della cooperazione internazionale. Non perché il mondo avesse risolto il problema della fame o delle grandi crisi umanitarie. Sarebbe falso sostenerlo. Ma perché esisteva un impegno collettivo, imperfetto e spesso insufficiente, che provava almeno a impedire che quelle immagini diventassero la normalità.
È questo che oggi mi sembra stia cambiando.

Lo smantellamento di una parte fondamentale della cooperazione internazionale rischia di riportare lentamente quelle immagini al centro della nostra storia. Non all'improvviso, non con la violenza di una guerra o di un terremoto. Attraverso migliaia di interruzioni quasi invisibili: un programma sanitario che si ferma, una campagna vaccinale sospesa, una clinica che chiude, un progetto agricolo che perde i finanziamenti. È un processo silenzioso. Ed è proprio il silenzio a renderlo così pericoloso.

Per questo ho sentito il bisogno di scrivere questo articolo. Non perché creda di poter cambiare il corso degli eventi. Ma perché penso che il primo passo per accettare una tragedia sia smettere di raccontarla. E io non voglio assistere, in silenzio, al ritorno di immagini che speravo appartenessero al passato.

La cooperazione internazionale è stata chiamata per anni a giustificare ogni dollaro speso. Oggi, per la prima volta, la ricerca scientifica prova a misurare il costo umano della sua scomparsa. Dai tagli a USAID alle stime pubblicate su The Lancet, questo reportage ricostruisce una storia che riguarda milioni di persone e che, troppo spesso, continua a consumarsi nel silenzio.

 

L’inizio della fine

La cooperazione internazionale è stata chiamata per anni a giustificare ogni dollaro speso. Oggi, per la prima volta, siamo costretti a chiederci quanto costi farla scomparire.
Non è una provocazione. È una domanda che nasce dalla cronaca.
Nei primi mesi della seconda amministrazione Trump, USAID - l'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale - è stata investita da uno dei più profondi processi di smantellamento della sua storia.

Attraverso l'azione del Department of Government Efficiency (DOGE), l'organismo creato dall'amministrazione Trump e guidato nella sua fase iniziale da Elon Musk, migliaia di dipendenti sono stati sospesi o licenziati, gran parte dei programmi è stata congelata, uffici chiusi e contratti cancellati. Interventi sanitari, alimentari, agricoli e umanitari attivi in decine di Paesi sono stati interrotti nel giro di poche settimane.

È proprio questa sequenza di eventi ad aver aperto una domanda nuova. Se oggi conosciamo gli effetti che decenni di cooperazione internazionale hanno prodotto sulla salute, sulla sicurezza alimentare e sullo sviluppo di milioni di persone, è possibile stimare anche le conseguenze della loro improvvisa interruzione?

È la domanda a cui hanno iniziato a rispondere epidemiologi, ricercatori di salute pubblica e alcune delle più autorevoli istituzioni scientifiche del mondo. Non per stabilire se quelle scelte fossero politicamente condivisibili, ma per misurare quale prezzo umano comportino.

60 anni cancellati in poche settimane

Fondata nel 1961 dall'amministrazione Kennedy, USAID è stata per oltre sessant'anni il principale strumento della cooperazione internazionale americana. La sua storia si intreccia con quella della Guerra Fredda, della decolonizzazione, delle grandi campagne di vaccinazione, della lotta all'HIV/AIDS, delle crisi umanitarie e, negli ultimi anni, dell'adattamento ai cambiamenti climatici. In questo lungo arco di tempo la sua missione è cambiata più volte, seguendo le priorità delle diverse amministrazioni. Una cosa, però, è rimasta costante: la capacità di sostenere, direttamente o attraverso migliaia di organizzazioni partner, alcuni dei sistemi sanitari e agricoli più fragili del pianeta. Nel 2024 i suoi programmi erano attivi in circa 130 Paesi, una presenza che ne faceva uno dei principali pilastri della cooperazione internazionale.

Ridurre USAID a un'agenzia che distribuisce aiuti significa non coglierne la natura. Attraverso i suoi programmi transitavano ogni anno miliardi di dollari destinati a rafforzare ospedali, finanziare campagne vaccinali, sostenere la lotta contro HIV, malaria e tubercolosi, migliorare la nutrizione infantile, rispondere alle emergenze umanitarie, accompagnare piccoli agricoltori verso pratiche più resilienti e rafforzare la sicurezza alimentare di intere comunità. In molti Paesi quelle risorse non rappresentavano un'integrazione dei servizi pubblici: ne costituivano una parte essenziale.

Per questo lo smantellamento avviato nei primi mesi del 2025 ha assunto una portata che va ben oltre il dibattito sulla politica interna americana. Dopo una revisione accelerata dei programmi, l'amministrazione ha cancellato circa 5.800 contratti pluriennali, per un valore di 54 miliardi di dollari, eliminando oltre il novanta per cento delle attività gestite da USAID. Nei mesi successivi, l'agenzia è stata progressivamente assorbita dal Dipartimento di Stato: secondo i dati ufficiali, l'83% dei programmi è stato soppresso e il 94% del personale ha perso il proprio incarico.

Se andate oggi - 14 luglio 2026 - sulla pagina web dell'USAID, questo è quello che trovate:

Le conseguenze amministrative di queste decisioni sono state immediate. Quelle umane richiedono più tempo per manifestarsi. È il motivo per cui, mentre la politica discuteva di efficienza, risparmi e competenze istituzionali, il mondo della salute pubblica ha iniziato a porsi un'altra domanda: come si misura il vuoto lasciato da una struttura che, per oltre sessant'anni, ha contribuito a sostenere la salute e la sicurezza alimentare di milioni di persone?

Il costo dell’abbandono

Quei 130 Paesi non avevano in comune la geografia. Avevano in comune una rete di servizi che, nel giro di poche settimane, ha iniziato a scomparire. Ospedali rimasti senza finanziamenti, programmi nutrizionali sospesi, campagne vaccinali interrotte, progetti agricoli congelati, organizzazioni costrette a licenziare personale o a chiudere centri operativi. Per chi osservava tutto questo dal terreno, la domanda non era se ci sarebbero state conseguenze. Era quanto sarebbero state profonde.


An Ethiopian man carries a USAID donated sack of wheat on his shoulders to be distributed in the town of Agula in northern Ethiopia, May 2021. Copyright 2021 The Associated Press.

La risposta non poteva arrivare dalla politica. Poteva arrivare soltanto dalla ricerca.

Per decenni epidemiologi e ricercatori di salute pubblica hanno misurato gli effetti della cooperazione internazionale cercando di capire quali interventi riducessero la mortalità, migliorassero la nutrizione, rafforzassero i sistemi sanitari o aumentassero la resilienza delle comunità più esposte. Lo smantellamento di USAID ha imposto un cambio di prospettiva. Se oggi conosciamo il valore di molti di questi programmi quando sono attivi, possiamo stimare anche che cosa accade quando vengono interrotti?

Non è una domanda inedita per la salute pubblica. È lo stesso metodo con cui si studiano gli effetti del fumo, dell'inquinamento atmosferico, delle ondate di calore o di una pandemia. Si osservano popolazioni, si confrontano scenari, si analizzano dati raccolti nel tempo e si misura come cambia la probabilità che determinati eventi si verifichino. È grazie a questo approccio che oggi sappiamo quante vite salva una campagna vaccinale e quante, al contrario, possono andare perdute quando quella campagna viene sospesa.
Lo stesso metodo è stato applicato, per la prima volta, allo smantellamento di USAID.

Nel giugno del 2026 un gruppo internazionale di ricercatori ha pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet uno studio destinato a segnare un punto di svolta nel dibattito sulla cooperazione internazionale. L'obiettivo non era stabilire se i tagli fossero politicamente giustificati. Era molto più concreto: misurare quale impatto avrebbe avuto sulla mortalità la scomparsa di una delle più grandi reti di cooperazione sanitaria e allo sviluppo mai costruite.

La scienza prova a fare i conti

I risultati sono impressionanti.

Analizzando i dati raccolti in vent'anni di attività di USAID, i ricercatori hanno stimato che, tra il 2001 e il 2021, i programmi finanziati dall'agenzia abbiano contribuito a evitare circa 92 milioni di morti nei Paesi a basso e medio reddito. Di queste, quasi 30 milioni riguardano bambini sotto i cinque anni. È un dato che restituisce, più di ogni altra statistica, la scala dell'impatto che la cooperazione internazionale ha avuto sulla salute globale negli ultimi decenni.

Lo studio compie poi un passo ulteriore. Se conosciamo gli effetti prodotti da questi programmi quando vengono finanziati, possiamo stimare anche ciò che accade quando vengono interrotti.
Applicando gli stessi modelli epidemiologici allo scenario aperto dai tagli avviati nel 2025, i ricercatori arrivano a una conclusione destinata a far discutere: se lo smantellamento di USAID dovesse consolidarsi, entro il 2030 potrebbero verificarsi oltre 14 milioni di morti aggiuntive, circa un terzo delle quali tra bambini con meno di cinque anni.

È importante capire che cosa significhino questi numeri.

Non rappresentano una previsione nel senso comune del termine, né un conteggio delle vittime già avvenute. Sono il risultato di un metodo utilizzato da decenni nella ricerca epidemiologica per stimare l'impatto di un determinato fattore sulla salute di una popolazione. Quando si attribuiscono milioni di morti all'inquinamento atmosferico, al tabagismo o alle ondate di calore, si ricorre allo stesso approccio: si confrontano scenari diversi, si analizzano serie storiche, si osserva come varia la mortalità in presenza o in assenza di determinati interventi o fattori di rischio.

Questa precisazione non ridimensiona la portata dello studio. Al contrario, ne chiarisce il significato.
La salute pubblica raramente può permettersi di aspettare che una tragedia si compia per misurarne gli effetti. Il suo compito è riconoscere in anticipo i segnali di rischio e stimarne le conseguenze, proprio per evitare che quelle conseguenze diventino irreversibili. È lo stesso principio che guida le campagne vaccinali, i sistemi di sorveglianza epidemiologica o gli interventi di prevenzione. La ricerca non si limita a descrivere ciò che è già accaduto: prova a capire ciò che sta accadendo mentre accade.

Le conclusioni pubblicate su The Lancet hanno trovato un'eco immediata nella comunità della salute globale. La Harvard T.H. Chan School of Public Health ha dedicato ampio spazio allo studio e alle sue implicazioni, sottolineando come l'interruzione improvvisa di programmi sanitari consolidati rischi di produrre effetti destinati a manifestarsi nel tempo, ben oltre il ciclo della notizia che li ha generati.

Tra le voci più autorevoli c'è quella di Atul Gawande, chirurgo, docente ad Harvard ed ex responsabile della salute globale di USAID. Nell'intervista rilasciata al New Yorker, Gawande osserva che il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sui risparmi ottenuti dall'amministrazione americana, mentre molto meno spazio è stato dedicato alle conseguenze prodotte dalla sospensione dei programmi. È una prospettiva che trova oggi un riscontro nelle prime evidenze scientifiche disponibili e che sposta inevitabilmente il terreno della discussione. La domanda non riguarda più soltanto quanto denaro sia stato risparmiato. Riguarda anche il costo umano di quei risparmi.

Resta da capire come quel costo prenda forma.

Perché dietro le stime epidemiologiche ci sono ospedali, centri nutrizionali, campagne vaccinali, laboratori, cooperative agricole. Ci sono servizi che interrompono la propria attività e persone che, da un giorno all'altro, smettono di poter contare su di essi. È in quei luoghi che i numeri elaborati dalla ricerca acquistano un volto.

I numeri hanno un volto


A woman carries an infant in the town of Shire,Ethiopia, March 15, 2021. © Baz Ratner, Reuters

La ricerca epidemiologica descrive uno scenario. La cronaca racconta come quello scenario inizi a prendere forma.

Nei mesi successivi ai primi tagli, le organizzazioni internazionali hanno iniziato a segnalare le conseguenze dell'interruzione dei programmi finanziati da USAID. Non si tratta di effetti futuri o ipotetici, ma di servizi che hanno già ridotto la propria attività, personale sanitario licenziato, forniture sospese e milioni di persone che hanno visto interrompersi percorsi di cura costruiti nell'arco di anni.

Uno dei casi più evidenti riguarda l'HIV/AIDS.

Secondo UNAIDS, la sospensione dei finanziamenti statunitensi ha già costretto numerose cliniche a chiudere o a ridurre drasticamente i propri servizi, lasciando senza lavoro migliaia di operatori sanitari. La direttrice esecutiva Winnie Byanyima ha avvertito che, se questa situazione dovesse protrarsi, il mondo potrebbe registrare 2.000 nuove infezioni da HIV ogni giorno e assistere a una nuova crescita dei decessi legati all'AIDS, invertendo progressi costruiti in oltre vent'anni di investimenti.

Reuters ha raccolto testimonianze analoghe da numerose organizzazioni impegnate nella lotta contro HIV, tubercolosi e malaria. Contratti rescissi nel giro di pochi giorni hanno costretto associazioni locali e grandi organizzazioni internazionali a interrompere programmi di assistenza, licenziare personale e sospendere servizi considerati essenziali. UNAIDS ha definito la cessazione della collaborazione con USAID «un grave sviluppo» per la continuità di interventi salvavita.

Gli effetti non riguardano soltanto l'HIV.

I programmi sostenuti da USAID contribuivano al controllo della malaria, alla prevenzione della tubercolosi, alla salute materna e infantile, alle campagne vaccinali, alla distribuzione di alimenti terapeutici contro la malnutrizione e al funzionamento di sistemi di sorveglianza epidemiologica che permettono di individuare rapidamente nuovi focolai. La loro sospensione non produce una singola emergenza facilmente identificabile. Aumenta la vulnerabilità complessiva di sistemi sanitari che, in molti casi, operavano già al limite delle proprie capacità.

È proprio questo che emerge anche dalle analisi della Harvard T.H. Chan School of Public Health. Commentando lo studio pubblicato su The Lancet, Harvard sottolinea come l'impatto dei tagli non sia destinato a manifestarsi in un unico momento, ma attraverso un progressivo deterioramento dei servizi sanitari, della capacità di prevenzione e dell'accesso alle cure. Le prime conseguenze sono già osservabili; molte altre emergeranno soltanto nei prossimi anni, quando sarà ormai impossibile ricostruire, una per una, le vite che avrebbero potuto essere salvate.

È questo uno degli aspetti più difficili da raccontare.

Le grandi crisi umanitarie hanno spesso un'immagine simbolo: un terremoto, un'alluvione, una colonna di profughi. Lo smantellamento della cooperazione internazionale non offre nulla di simile. Procede attraverso migliaia di interruzioni che, prese singolarmente, sembrano episodi amministrativi. Un contratto cancellato. Una clinica che riduce gli orari. Un laboratorio che interrompe il monitoraggio di una malattia infettiva. Un programma agricolo che perde i propri tecnici. È la somma di queste interruzioni a produrre il fenomeno che gli epidemiologi stanno cercando di misurare.

Per questo gli studi pubblicati negli ultimi mesi rappresentano molto più di una stima statistica. Sono il primo tentativo di attribuire un peso umano a decisioni che, fino a oggi, sono state raccontate quasi esclusivamente come una questione di bilancio pubblico o di riorganizzazione amministrativa.

Rompere il silenzio

 

Le ricerche pubblicate negli ultimi mesi aggiungono un elemento nuovo a una discussione che, fino a poco tempo fa, si era sviluppata soprattutto sul terreno della politica. Grazie al lavoro di epidemiologi, ricercatori e istituzioni scientifiche oggi iniziamo a disporre di strumenti per misurare le conseguenze umane dello smantellamento di una parte fondamentale della cooperazione internazionale americana.

I numeri non raccontano tutto. Non possono farlo. Nessuno studio riuscirà mai a restituire la storia di ogni persona che ha perso l'accesso a una terapia, di ogni bambino che non verrà vaccinato, di ogni comunità che vedrà indebolirsi il proprio sistema sanitario o la propria capacità di affrontare una crisi climatica. Ma quei numeri hanno un valore enorme: rendono visibile un fenomeno che, troppo spesso, è rimasto confinato ai margini del dibattito pubblico.

È anche per questo che abbiamo deciso di scrivere questo articolo.

Da anni Treedom lavora accanto a comunità rurali in Africa, America Latina e Asia. Ogni giorno incontriamo agricoltori, cooperative, tecnici e organizzazioni locali che costruiscono il proprio futuro in contesti segnati dalla fragilità climatica, economica e sociale. Sappiamo che la cooperazione internazionale non è una formula astratta e nemmeno un principio da difendere per appartenenza ideologica. È un insieme di relazioni, competenze e servizi che, quando funziona, permette a milioni di persone di affrontare condizioni che altrimenti sarebbero insostenibili.

Negli ultimi mesi abbiamo cercato di raccontare questi equilibri. Lo abbiamo fatto scrivendo del Madagascar, dove la crisi climatica si intreccia con una crescente vulnerabilità economica e alimentare. Lo abbiamo fatto analizzando le conseguenze del ritorno di Donald Trump sulle politiche climatiche e sulla cooperazione internazionale, perché ci sembrava evidente che quelle scelte avrebbero avuto effetti ben oltre i confini degli Stati Uniti. Oggi la ricerca ci consegna elementi nuovi. Non cambiano il senso di quelle riflessioni; permettono finalmente di misurarne le conseguenze.

La cooperazione internazionale continuerà a essere discussa, criticata e riformata. È normale che sia così. Ma da questo momento una parte del dibattito non potrà più limitarsi a chiedere quanto costino gli aiuti allo sviluppo. Dovrà chiedersi anche quanto costi rinunciarvi.

Chi paga questo prezzo, nella maggior parte dei casi, non partecipa al dibattito. Non vota i governi che prendono queste decisioni, non siede nei parlamenti, non interviene nei talk show e difficilmente avrà l'opportunità di raccontare ciò che sta vivendo.

Rompere questo silenzio non restituisce i programmi cancellati, non riapre una clinica e non ricostruisce una rete di cooperazione smantellata. Ma è il primo passo per impedire che le conseguenze di quelle decisioni scompaiano insieme alle persone che le stanno subendo.

Per noi, oggi, questo significa anche fare il nostro lavoro.

Fonti e approfondimenti

Questo articolo si basa su studi scientifici peer-reviewed, analisi accademiche e cronache giornalistiche che documentano lo smantellamento di USAID e le sue conseguenze sulla salute globale.

Studio scientifico di riferimento

Analisi accademiche

Cronaca e ricostruzione dei fatti

Salute globale

  • UNAIDS – Valutazioni sull'impatto dei tagli ai programmi HIV/AIDS, comprese le stime sull'aumento delle nuove infezioni e dei decessi in caso di interruzione prolungata dei finanziamenti.
  • Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) – Documentazione sul ruolo della cooperazione internazionale nella prevenzione delle epidemie, nella lotta alla malaria, nella salute materno-infantile e nel rafforzamento dei sistemi sanitari.
  • UNICEF – Analisi sull'impatto della cooperazione internazionale sulla mortalità infantile, sulla nutrizione e sulle campagne vaccinali.
  • Physicians for Human Rights - Abandoned in Crisis: The Impact of U.S. Global Health Funding Cuts in Democratic Republic of the Congo

Per comprendere il contesto

Documenti ufficiali dell'amministrazione statunitense

Casa Bianca - Executive Order 14169 - Reevaluating and Realigning United States Foreign Aid - 20 January 2025: È l'ordine esecutivo che avvia la sospensione di 90 giorni della cooperazione internazionale statunitense e la revisione di tutti i programmi di assistenza estera. È il documento da cui prende formalmente avvio l'intero processo descritto nell'articolo.

USAID -  Notice on Implementation of Executive Order: Reevaluating and Realigning United States Foreign Aid - 24 January 2025: La comunicazione ufficiale con cui USAID informa partner e organizzazioni della sospensione dei nuovi finanziamenti e dell'attuazione dell'ordine esecutivo. È il primo documento operativo che traduce l'Executive Order in effetti concreti.

Congressional Research Service (Library of Congress) - USAID Under the Trump Administration - CRS Insight IN12500 - 3 February 2025: È probabilmente il miglior documento istituzionale per ricostruire, in modo neutrale, i primi giorni dello smantellamento di USAID: la nomina di Marco Rubio ad Acting Administrator, la chiusura della sede di Washington e la sospensione dei programmi.

Congressional Research Service (Library of Congress) - The Trump Administration's Foreign Assistance Review: Nuts and Bolts - Issues and Congress's Role - CRS Insight IN12567 - 20 June 2025: È il documento che descrive l'intero processo di revisione della cooperazione internazionale, il ruolo del Dipartimento di Stato, l'intervento di Marco Rubio e il trasferimento dei programmi superstiti sotto il controllo del Department of State. È anche uno dei riferimenti migliori per comprendere il quadro giuridico della vicenda.

Sul ruolo della guerra del Biafra nella nascita dell'immaginario umanitario contemporaneo si veda: Lasse Heerten, The Biafran War and Postcolonial Humanitarianism: Spectacles of Suffering, Cambridge University Press, 2017.