Treedom Blog: Sustainable & Green Lifestyle

SBTi Corporate Net-Zero Standard - Il nuovo Scope 3

Scritto da Tommaso Ciuffoletti | Jul 22, 2026 8:23:12 AM

Questo articolo fa parte di una serie dedicata ad approfondire il nuovo Corporate Net-Zero Standard pubblicato dalla Science Based Targets initiative (SBTi). Gli standard SBTi rappresentano oggi il principale riferimento internazionale per le aziende che intendono definire obiettivi di riduzione delle emissioni coerenti con le più recenti evidenze scientifiche e con l'obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. Con questa serie analizziamo i principali cambiamenti introdotti dalla Versione 2.0, cercando di comprenderne non solo gli aspetti tecnici, ma anche le implicazioni per le imprese e per il percorso verso il net zero.

Episodio 1 - Perché nuovi standard?
Episodio 2 - Gli obiettivi

Cambia il modo di affrontare lo Scope 3

Lo Scope 3 è probabilmente il concetto che più di ogni altro ha trasformato il modo in cui le aziende guardano alle proprie emissioni. Prima della sua diffusione, la responsabilità climatica coincideva quasi esclusivamente con ciò che avveniva all'interno dei confini dell'impresa: gli stabilimenti, gli uffici, i consumi energetici, la flotta aziendale. Lo Scope 3 ha cambiato radicalmente questa prospettiva, ricordando alle imprese che la parte più consistente del loro impatto climatico si trova spesso altrove: nella produzione delle materie prime, nella logistica, nell'utilizzo dei prodotti venduti, nella loro fine vita.

Per molte aziende è stata una scoperta scomoda. In numerosi settori, oltre il 90% delle emissioni complessive ricade infatti nello Scope 3. Misurarle è già complesso. Ridurle lo è ancora di più, perché dipendono da soggetti sui quali un'impresa esercita un controllo solo parziale: fornitori, clienti, distributori, trasportatori, produttori di energia.

È proprio da questa difficoltà che prende le mosse la Versione 2.0 del Corporate Net-Zero Standard. E, come già osservato nei precedenti articoli di questa serie, il cambiamento introdotto da SBTi non consiste tanto nell'abbassare il livello di ambizione, quanto nel cercare un punto di incontro tra rigore scientifico e realtà operativa.

La domanda implicita dello standard sembra essere diventata un'altra: come può un'azienda contribuire a ridurre emissioni che non controlla direttamente?

È una domanda meno banale di quanto possa sembrare. Per anni il dibattito sullo Scope 3 è stato dominato dall'idea che un'azienda dovesse assumersi la responsabilità dell'intera catena del valore. Un principio corretto sul piano concettuale, ma che nella pratica si è spesso scontrato con un limite evidente: nessuna impresa governa davvero ogni anello della propria filiera.

Un costruttore automobilistico non decide come viene prodotto l'acciaio che acquista. Un'azienda alimentare non controlla direttamente le pratiche agricole di migliaia di produttori. Un produttore di elettronica non può imporre ai consumatori il modo in cui utilizzeranno i propri dispositivi.
La Versione 2.0 prende atto di questa realtà senza rinunciare all'obiettivo della decarbonizzazione.

È qui che emerge, probabilmente, una delle innovazioni più interessanti dell'intero standard.

Nella versione precedente, l'approccio allo Scope 3 era fortemente orientato alla copertura delle emissioni. La Versione 2.0 mantiene l'importanza dello Scope 3, ma riconosce che esistono modalità diverse attraverso cui un'azienda può contribuire alla riduzione delle emissioni lungo la propria catena del valore. Per questo introduce tre possibili approcci alla definizione dei target: obiettivi complessivi di riduzione delle emissioni, obiettivi basati sull'allineamento progressivo di fornitori e clienti agli standard SBTi, oppure obiettivi specifici per determinate categorie o attività particolarmente rilevanti.

A prima vista potrebbe sembrare soltanto una maggiore flessibilità metodologica. In realtà racconta un cambiamento molto più profondo.
Lo standard smette di considerare tutte le filiere come se funzionassero allo stesso modo e riconosce che le leve di intervento disponibili variano enormemente da un settore all'altro. Un'azienda può esercitare un'influenza significativa sulle proprie politiche di acquisto, sulle specifiche richieste ai fornitori, sulla progettazione dei prodotti o sulle condizioni commerciali offerte lungo la filiera. Un'altra organizzazione dello stesso settore, tuttavia, potrebbe avere margini molto più ridotti nell'influenzare aspetti rilevanti della catena del valore.

La questione, quindi, non è più soltanto quante emissioni ricadono nello Scope 3, ma quali strumenti concreti l'azienda possiede per contribuire alla loro riduzione.

Anche il trattamento delle esclusioni va letto in questa prospettiva.

La Versione 2.0 consente infatti di escludere, purché con adeguata giustificazione, alcune categorie di emissioni che rappresentano una quota marginale dello Scope 3 o rispetto alle quali l'impresa non dispone di una reale capacità di intervento. Tra gli esempi riportati nello standard figurano categorie che incidono individualmente per meno del 5% delle emissioni complessive, alcune emissioni già affrontate attraverso gli obiettivi su Scope 1 e 2 o attività sulle quali l'azienda non esercita un'influenza pratica significativa.

Anche questa scelta potrebbe essere interpretata come un allentamento dei requisiti. È una lettura possibile, ma probabilmente incompleta.

Più che ridurre l'ambizione, SBTi sembra voler concentrare gli sforzi dove esiste una reale possibilità di produrre cambiamenti. È una logica che attraversa tutta la Versione 2.0: non disperdere le energie nel tentativo di controllare ciò che non è controllabile, ma utilizzare in modo sistematico tutte le leve sulle quali un'impresa può effettivamente incidere.

Questo spostamento di prospettiva è coerente con quanto osservato nel precedente articolo dedicato all'implementazione. Se il problema della transizione climatica non consiste più soltanto nel fissare obiettivi, ma nel renderli realizzabili, allora anche lo Scope 3 deve essere affrontato con strumenti diversi da quelli utilizzati finora.

Non basta chiedere alle imprese di assumersi la responsabilità della propria filiera. Occorre chiedersi come quella responsabilità possa tradursi in capacità di influenza. È forse questa la parola che meglio sintetizza il nuovo approccio di SBTi.

Influenza non significa controllo. Non implica la possibilità di imporre decisioni ai propri fornitori o ai propri clienti. Significa piuttosto utilizzare tutte le relazioni economiche, commerciali e industriali a disposizione dell'impresa per orientare progressivamente la filiera verso percorsi di decarbonizzazione.

È una differenza sottile, ma importante. Perché riconosce che la transizione climatica non sarà il risultato dell'azione isolata delle singole aziende, bensì della capacità di costruire relazioni che rendano possibile il cambiamento lungo intere catene del valore.

Da questo punto di vista, la Versione 2.0 sembra introdurre una concezione più matura della responsabilità d'impresa. Non chiede alle aziende di rispondere di tutto ciò che accade nelle proprie filiere come se ne avessero il controllo assoluto. Chiede però di dimostrare, con obiettivi credibili e strumenti coerenti, di aver utilizzato tutta l'influenza di cui dispongono per orientare quel cambiamento.

Nel prossimo articolo ci sposteremo da questa logica generale a uno degli strumenti che la rendono operativa: la nuova Implementation Hierarchy, attraverso la quale SBTi stabilisce l'ordine di priorità delle azioni che un'azienda dovrebbe intraprendere per ridurre le proprie emissioni. È qui che la filosofia della Versione 2.0 assume, forse per la prima volta, una forma concreta e misurabile.